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giovedì 15 settembre 2011

La Cina e il relativismo verde


La Cina e il relativismo verde

Una cosa che mi ha colpito nel mio viaggio in Cina é stata una semplice carta della Terra, un planisfero. Siamo abituati a vederlo centrato sull'europa, con le americhe ad ovest e l'Asia a est. Quello che ho visto era diverso, aveva l'estremo oriente al centro, le americhe ad est e l'europa ad ovest. Questione di punti di vista, perché nella realtà quella sfera gira, il nord e il sud sono due punti magnetici (nemmeno quelli sono fissi) e l'est e l'ovest sono due coordinate soggettive, non assolute. Così come il grado di sviluppo di una civiltà, di un Paese. Di un popolo. Dipende tutto dal punto di vista, ed é necessario considerarli tutti per capire come funziona davvero un Paese.
Prendiamone uno "emergente", o del "secondo mondo", come direbbero alcuni. Aggiungiamoci un enorme sviluppo demografico, una cultura di 3000 anni, la dedizione al lavoro e allo sviluppo: la Cina. 
Consideriamo anche il fatto che ormai siamo così chiusi nei nostri schemi che troviamo normale che un organismo sovranazionale possa essere incentrato su un solo modo di pensare e di legiferare, locale e specifico di un solo Paese o di un gruppo omogeneo di Paesi. 
Sono appena uscito da una serata con colleghi europei, statunitensi e sudamericani. Una bella serata, aria fresca dopo il temporale, e una discussione che mi ha positivamente sorpreso, scaturita dal mio racconto del viaggio in Cina. Quindi cercherò di raccontare qui con lo stesso metodo. Inutile nascondere che il fulcro della discussione coi colleghi era il rapporto che la società cinese ha con l'ambiente. La metà dei miei colleghi era sorpresa di ciò che avevamo visto; a quanto ho visto, l'approccio cinese alle risorse rinnovabili (ma in generale allo sfruttamento di tutte le risorse) é stata la cosa più sorprendente di questo viaggio. Mi ha spinto a pensare, ad uscire dal cerchio in cui in Europa ci hanno rinchiuso. Un cerchio di consumismo estremo in cui noi "occidentali" crediamo di avere il miglior sistema possibile.

Ovviamente in Cina ho trovato moltissime contraddizioni. Cose che non si possono in alcun modo avvicinare al comunismo, checché ne dicano. La situazione igienica delle città é al limite. Grandi masse di povertà (ma mai estrema) e zone interamente dedicate ai turisti spendaccioni, quelli con l'euro e il dollaro in tasca; quartieri tirati a lucido come in una piccola cittadina tedesca, in mezzo a boutique di D&G, Armani, Apple, e, un metro più in là, di nuovo le estreme situazioni igieniche della Pechino "normale", hutong con bagni in comune e quartieri nuovi di cemento, in cui la vita attiva continua a svolgersi per la strada. 
Proprio su queste persone che consideriamo povere, e che costituiscono la massa e l'ossatura della Cina, dovremmo poggiare di più i nostri sguardi e le nostre riflessioni. In due metropoli quali Pechino e Xi'an avrò visto al massimo 10 motorini con motore a scoppio, il resto erano tutti elettrici. I famosi risciò, aperti o chiusi, anch'essi elettrici, se non semplicemente a pedali. Pechino é spesso avvolta da una cappa enorme di smog, dovuto ai tantissimi condizionatori e alle centrali a carbone; ma per le strade il traffico non é infernale. Sicuramente dovrebbero fornire gli anelli di circonvallazione di una linea tranviaria. Sicuramente le batterie sono caricate con corrente ottenuta dalla combustione più che altro del carbone. Ci sono però due aspetti positivi in tutto ciò: prima di tutto, nel momento in cui le energie rinnovabili supereranno le risorse fossili nella produzione di energia elettrica (la Cina sta investendo molto più dell'europa e degli USA in questo), ci saranno già in uso i mezzi per quella "rivoluzione verde" con cui tanto si sciacqua la bocca qualche falso progressista. Secondo, quei mezzi elettrici sono oggi posseduti dagli strati meno abbienti della popolazione cinese; questo significa che costano meno sul "mercato", molto probabilmente grazie ad una certa politica nazionale. In tutto l' "occidente", invece, queste cose rimangono lussi per pochi, e chi sta peggio può scegliere di solito solo le cose che più inquinano. Frutto di diverse politiche governative; proprio di questo si discuteva con colleghi ed amici: come si può accusare la Cina di non impegnarsi sul fronte ambientale, quando il suo impegno e i suoi investimenti sono a dieci volte quelli europei? Da quale pulpito muoviamo la predica e poniamo il dito sulla Cina, se in Europa la produzione di anidride carbonica per persona é cinque volte maggiore di quella di un cinese? 
In molti sanno che il Protocollo di Kyoto non fu firmato dalla Cina ma neppure dagli Stati Uniti. Per i secondi il problema era proprio il consumo in se', gli USA si reggono su esso e non accettano freni. Per la Cina, invece, é un discorso soprattutto di metodo: perché dovrebbe rispettare dei limiti imposti essenzialmente dagli europei e calcolati sugli inquinamenti europei?
Fatto sta che la Cina passi avanti ne fa, e a una velocità dieci volte maggiore di UE e USA. Giustamente un collega mi faceva notare che in Cina é molto più "facile", non c'é la democrazia e quando si decide una cosa, deve essere fatta per forza. Una congettura che non torna per vari motivi; se ad esempio lo Stato avesse imposto la vendita solo di motorino elettrici, avrebbe fatto male o sarebbe stata un'ottima soluzione (o una strada verso di essa) contro l'inquinamento urbano? D'altro canto, nel mercato non c'é "democrazia" per definizione, basta guardare come funziona in Italia quello dei mezzi di trasporto: una grossa azienda produce automobili e camion e, come conseguenza, le tratte regionali ferroviarie che fanno pena, il trasporto merci é quasi esclusivamente su ruota e avvengono, soprattutto, ricatti a sindacati e Stato per farsi sborsare soldi o per incentivi sulla rottamazione. In questi casi é lo Stato (o quel che ne resta) a dover seguire le decisioni delle forze economiche multinazionali, spesso andando contro l'interesse (ambientale, sanitario, lavorativo) dei propri cittadini. Non possiamo quindi affermare che (almeno in questo campo) il governo cinese sia "dispotico", lo é rispetto agli USA (dove non esiste nemmeno uno Stato come lo concepiamo in Europa!), ma in realtà fa solo quello che dovrebbe sempre fare lo Stato: far girare i meccanismi secondo gli i bisogni e gli interessi reali dei cittadini.
Sono riflessioni in parte personali, che ho ricavato durante il contatto con la società cinese, e in parte comuni agli ambienti della ricerca; basta allontanarsi dai luoghi comuni e dalle congetture centrate sul' "occidente". Riflessioni che aiutano a comprendere la relatività delle azioni per la salvaguardia ambientale; solo i dati, i numeri, possono essere oggettivi, e il dato é che la produzione di anidride carbonica per persona é minore in Cina che in UE e USA, e che la Cina investe moltissimo nelle risorse rinnovabili. Una centrale nucleare ha in media una potenza di 1 GigaWatt, la "Diga delle Tre Gole", tanto famosa per il suo impatto sul paesaggio, possiede una potenza maggiore dei 20 GigaWatt.
Inoltre, nel computo dell'anidride carbonica emessa va inoltre considerato che molta della produzione europea e statunitense, soprattutto le sue fasi più energivore, é nella quasi totalità situata sul territorio cinese, che in pratica si sobbarca anche questa quota (ottenendo dall'altro lato un fantastico beneficio sul PIL). Se ogni paese tenesse conto delle emissioni che sono ad essa realmente collegate, di sicuro le emissioni cinesi procapite sarebbero minori.
C'é infine una riflessione di carattere sociale. Come detto, la popolazione più povera ha motorini elettrici; l'illuminazione pubblica nelle campagne é alimenta da micropannelli fotovoltaici, l'acqua scaldata analogamente dal sole. Insomma, in Cina é il proletariato ad avere in mano il progresso "verde". O almeno, é sul proletariato che questo fantomatico cambiamento diviene realtà, quindi sono gli strati più bassi della popolazione ad avere per primi i benefici delle risorse rinnovabili. Fuori dalla Città Proibita, a Pechino, un turista ci racconta di essere un cinese scappato negli USA durante la Rivoluzione Culturale: "Mao Zedong é stato un grande nei suoi primi 40 anni, grazie a lui ci siamo liberati degli invasori e dei colonizzatori. Ha fatto cose grandissime, poi ha commesso degli errori, e nella Rivoluzione Culturale ne sono stati commessi troppi. Vedete? Possono chiamarlo come vogliono, ma la realtà é che QUESTO non é comunismo". Nell'essere totalmente d'accordo con questo comunista statunitense (la Palin schiumerà di rabbia..), mi accorgo che almeno una cosa é rimasta, forte nel suo essere rivoluzionaria: é il proletariato ad avere per primo i benefici del cambiamento. La Cina é sicuramente un Paese che ha bisogno di una vera svolta a sinistra ma sotto certi aspetti é messo meglio dell'Europa.
E.S.

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