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giovedì 15 settembre 2011

Un contratto sociale per gli indignados d'Europa


Un contratto sociale per gli
indignados d'Europa


Nicola Melloni
Con la crisi è crollato un modello, quello che reggeva la costruzione europea. Le vie d'uscita
possono essere autoritarie e di destra. Oppure si può pensare a una nuova Europa, ma
ricordandosi che la democrazia è soprattutto un sistema di distribuzione delle risorse alternativo
al mercato, e non una semplice cornice politica di quanto deciso dalle borse internazionali
I problemi che l’Europa sta affrontando in questi mesi non sono casuali e sono stati spiegati
molto bene su sbilanciamoci.info 
Problemi di struttura economica, legati all’impalcatura istituzionale monetarista e non
democratica, dall’altro tensioni geopolitiche generate soprattutto dal ruolo della Germania.
L’Europa moderna nasce negli anni '90, dopo la caduta del muro di Berlino che non solo sanciva
la divisione del Continente in due ma rappresentava anche una minaccia non tanto militare
quanto politica e sociale – seppur via via sempre più consunta e spuntata – al capitalismo
occidentale. Questa minaccia aveva avuto come conseguenza, nel secondo dopoguerra, un
compromesso capitale-lavoro molto avanzato e un welfare state inclusivo anche in quei paesi, come l’Italia, dove la sinistra non era mai stata al potere. La fine del socialismo reale portò un drastico cambiamento di paradigma e sotto le macerie del muro non rimasero tanto i comunisti, quanto piuttosto i socialdemocratici che presto rinunciarono a quelle politiche economiche e sociali che li avevano contraddistinti per tutto il XX
secolo, per affidarsi ciecamente al mercato trionfante di stampo americano, il vero vincitore della
guerra fredda. La potente spinta ideologica neo-liberista trovò campo aperto in Europa dove le
istituzioni comunitarie erano ancora in fieri e dunque c’era terreno vergine da conquistare. I tipici
esempi di questo institutional design furono il Patto di stabilità, l’euro e la Banca centrale. La costruzione
dell’Europa partiva da una esigenza vera, la creazione di un nuovo soggetto geo-politico che
avesse una propria voce autonoma nel post-'89 (motivazione ancora assai valida oggi, come ci
ricorda Giuliano Amato), ma il suo concepimento fu il risultato di un processo elitario e ademocratico,
in cui la parte del leone non la fecero i popoli ma i mercati. Le nazioni europee
cedettero larghe fette di sovranità popolare, financo la politica monetaria, ad autorità
amministrative non elette, quindi senza mandato popolare, quindi non controllabili in maniera
democratica. Queste stesse autorità avevano nel proprio Dna l’
imprinting neo-liberale, il monetarismo, certo ma soprattutto la
public choice theory, con la sua diffidenza verso il ciclo elettorale e la sua determinazione – a
volte giustificata, come nei casi italiano e greco – a sottrarre l’economia alla politica dei favori e
delle prebende. Dunque, appunto, il patto di stabilità che toglieva le leve economiche ai governi
nazionali, l’euro che garantiva la stabilità dei mercati e la sicurezza degli investimenti, la Bce
responsabile solo per l’inflazione e non per l’occupazione, al contrario della Fed. Era il definitivo
abbandono del modello Bretton Woods, del capitalismo temperato che dava maggior peso agli
obiettivi di politica economica nazionale rispetto all’equilibrio economico internazionale,
raggiungibile con continue svalutazioni (e conseguente inflazione) delle economie più deboli. Di
conseguenza, di spazi per partiti e sindacati, istituzioni portanti del miracolo economico della
seconda metà del '900, non vi era traccia. D’altronde, per i partiti si trattava di eutanasia,
soprattutto grazie al suicidio socialdemocratico che rinunciava a un progetto diverso di società e,
di conseguenza, a politiche economiche apprezzabilmente diverse da quelle di centro-destra,
anch’esse ricondotte all’ordine dopo l’esperienza del cattolicesimo sociale. Si trattava di una
vera e propria rivoluzione passiva che restaurava l’ordine capitalista pre-New Deal. E come in
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tutti i momenti di cambiamento, c’è che vince e c’è chi perde.
La struttura istituzionale ed economica neo-liberale faceva chiaramente pendere la bilancia dalla
parte del capitale contro il lavoro, come confermato dalla polarizzazione nella distribuzione del
reddito che ha caratterizzato gli ultimi 30 anni di crescita economica occidentale. In Italia, ad
esempio, la quota dei salari sul reddito si è ridotta dal 60 al 50% tra gli anni 80 e Duemila, mentre
l’indice Gini, il coefficiente di diseguaglianza, è cresciuto dallo 0,4 allo 0,5. Nel resto d’Europa e
dell’Occidente la situazione non era tanto più rosea, con la solitaria eccezione della Francia. I
cambiamenti di struttura economica avevano naturalmente un impatto anche all’interno del
mondo capitalista con la finanza che, pian piano, marginalizzava l’industria, soprattutto grazie a
un processo di crescita e concentrazione che portava alla creazione di colossi bancari
too big to fail. La dispersione della proprietà nell’industria e l’emergere di un capitalismo
sostanzialmente acefalo significava un'attenzione eccessiva per i ricavi di breve e brevissimo
periodo, che solleticavano gli appetiti speculativi, in contrasto con le strategie di lungo periodo per
la crescita e il rafforzamento delle aziende. E se questo mutamento della struttura economica si è
sviluppato soprattutto a partire dal contesto anglosassone, anche economie più marcatamente
industriali come la Germania e l’Italia stessa non sono state immuni da tale processo evolutivo.
Tale cambiamento contribuiva ulteriormente a modificare il rapporto capitale-lavoro, con i mercati
finanziari, apolidi per definizione, talmente forti da dettare leggi ai governi, europei e non.
Dunque, tagli di bilancio, riduzione del welfare state, flessibilità (precarizzazione) del lavoro per
soddisfare i bisogni di un capitale mobile come non mai, mentre il lavoro diventava costo e non
investimento produttivo. Quello che nasceva sulle macerie dell’età d’oro del capitalismo era un
nuovo contratto sociale, basato sì sulla democrazia, ma sulla democrazia del debito in cui il
settore finanziario sostituiva lo stato come creatore di opportunità e dispensatore di servizi, e il
cittadino si trasformava da lavoratore a consumatore e investitore. La natura stessa del
capitalismo globalizzato aveva dei riflessi profondi sull’economia politica internazionale con Stati
uniti, G7, Fmi e infine anche Eu attivamente impegnati nella trasformazione del capitalismo
mondiale sul modello di quello americano.
Su questo scarto sistemico si innestava poi la dimensione geografica di un'Europa tutt’altro che
omogenea economicamente
Mario Pianta ha ben spiegato la divaricazione che si è venuta a creare tra un
core – gli stati ricchi e nordici – e una
periphery con strategie di sviluppo di varia matrice e di dubbia validità. I paesi periferici, abituati
alle svalutazioni competitive e ora ancorati all’eurodeutsche
mark si ritrovavano immediatamente a rischio competitività, bloccati dalla rigidità
istituzionale europea. Si offriva però loro un sostanzioso conguaglio: l’accesso ai mercati
finanziari internazionali a costi irrisori e un riparo sicuro dalle tempeste finanziarie che
cominciavano a squassare l’economia internazionale. Si creava così un meccanismo che
trasformava la ricchezza reale (quella prodotta da un paese, quella guadagnata col salario) in
ricchezza fittizia (quella accessibile attraverso i prestiti sul mercato finanziario).
La Germania, motore industriale dell’Unione, manteneva sostanzialmente inalterata la propria
politica economica, con la Bce che sostituiva in tutto e per tutto la Bundesbank, garantendo la
solidità dell’euro e la continuità della politica di rigore finanziario tedesco, assai precedente a
quella dell’Euro-Tower. Forte di una struttura sociale solida e di istituzioni economiche inclusive
– i sindacati nei consigli di amministrazione – Berlino non soffriva dell’impatto della moneta
unica e rilanciava un ciclo produttivo piuttosto semplice ed efficace e che ricalca il modello
circolare sino-americano. A fronte di una perdita di competitività dell’Europa meridionale, la
Germania aumentava le esportazioni dentro la euro-zona (come giustamente spiegato
nell’arti)c oclhoe d vi enBivaagnnoa ifinanziate dall’esportazione di capitali tedeschi verso il
Mediterraneo. Il tutto reso possibile dalla supposta solidità dell’euro – nessun rischio di default e
di svalutazione all’orizzonte.
Il problema dell'attuale congiuntura – nata, ricordiamolo fuori dall’area euro – è che spazza via i
pilastri di questo sistema. Con la crisi dei debiti sovrani viene meno il meccanismo di protezione
dei paesi deboli, lasciando però immutata la struttura istituzionale europea. Nel bel mezzo del
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panico finanziario la Bce si preoccupa di aumentare i tassi di interesse, spaventata da una
inflazione sostanzialmente inesistente (compresa, nell’area euro tra il 2.5 e il 3%), mentre la
disoccupazione raggiungeva in Spagna il 20% e l’Italia registrava il record europeo di
disoccupazione giovanile (quasi il 30% dei minori di 24 anni è senza lavoro). Allo stesso tempo, la
crisi destabilizza la
pax germanica, mettendo a rischio gli istituti finanziari tedeschi, direttamente coinvolti nell’effetto
domino che trasmette il rischio dal privato al pubblico al privato. Il sistema si potrebbe rimettere in
moto solamente a patto che i
tax-payers tedeschi decidano di salvare i paesi in difficoltà, e indirettamente le proprie banche,
con trasferimenti fiscali che però in Europa, a causa della sua ibrida natura istituzionale (una
moneta, tanti stati), non esistono. Né, apparentemente, i tedeschi hanno intenzione di creare
meccanismi di aggiustamento – si oppongono strenuamente anche a una misura di semplice
buon senso come gli
eurobond – condizionati dai problemi elettorali della Merkel, impegnata fino allo strenuo
nell’impossibile equilibrismo di difendere le tasche dei propri cittadini e le finanze degli istituti di
credito di Berlino.
La soluzione proposta dal governo tedesco, dalla Ue e dalla Bce è una definitiva perdita di
sovranità dell’area mediterranea senza neanche il beneficio di “annessione” alla Germania o a
una Europa tedesca – proposta provocatoria ma a ben vedere non del tutto priva di fondamento.
Quello che, in soldoni, si chiede è un tuffo nel passato, un ritorno al Gold Standard, un
annullamento definitivo del ciclo elettorale in una situazione politica pre-democratica. I PIIGS
dovrebbero dunque volontariamente sottoporsi a un duro ciclo di deflazione interna,
disoccupazione alle stelle e brutali tagli salariali, per riacquistare la competitività perduta.
Appunto, come avveniva con il Gold Standard, quando però non si votava, particolare non
trascurabile. I costi in cui quei paesi incorrerebbero sono, in maniera evidente, superiori a
qualsiasi beneficio che deriverebbe dal mantenere la valuta unica e, dunque, presto o tardi partiti
anti-euro avrebbero la meglio. L’unica alternativa sarebbe un ritorno a un autoritarismo, anche
soft, che imponesse sacrifici anche contro la volontà popolare – una soluzione che, da Mirafiori a
piazza Syntagma, sembra sempre più prendere quota. Un nuovo cambiamento del patto sociale.
Prima, nel secondo dopoguerra, la democrazia legata a doppio filo alla cittadinanza e al lavoro,
poi la democrazia del debito che sopperiva alla riduzione del salario e metteva paletti assai
ristretti al concetto di cittadinanza, infine il mercato senza democrazia una volta che, esplosa la
bolla del debito, non siano più disponibili soluzioni di compromesso sociale con i milioni di
lavoratori cui il salario non garantisce più l’indipendenza economica. La risposta che le destre –
quella finanziaria e quella politica – rischiano di dare è quindi, da un lato, una possibile deriva
tecnocratica-autoritaria che renda la democrazia un orpello inutile o, dall’altro, la rinascita di
movimenti anti-euro e anti-Europa con connotati però fortemente nazionalisti quando non
addirittura xenofobi. E d’altronde l’ascesa del nazismo in Germania e il propagarsi del fascismo
nell’Est europeo furono proprio figli di crisi finanziarie che non riuscivano a trovare uno sbocco
politico-economico come avveniva invece negli Usa del New Deal.
L’incapacità politica e culturale nel fornire una risposta progressista alla crisi attuale è forse
l’aspetto più preoccupante di questo scorcio di inizio secolo. Al contrario di quanto auspicato da
Fassina, la sinistra di cosiddetto governo è ancorata alle logiche neo-liberali poiché non capisce
che siamo di fronte a una crisi di sistema, non a una semplice cambiamento di ciclo. Il libero
mercato ha fallito, e con lui tutto l’insieme di relazioni sociali, politiche ed economiche che hanno
caratterizzato 30 anni di rivoluzione capitalista. Non a caso la crisi è nata in America e ha
coinvolto il settore di punta di quel capitalismo, il mercato finanziario. Non ha torto chi imputa lo
sconquasso del 2007 a una mancata regolamentazione né, in linea di principio, ha torto Ostellino
quando sul
Corriere della Sera sostiene che la crisi nasca da una politica monetaria eccessivamente
espansiva, con tassi di interesse talmente bassi da generare ondate speculative. Ma se tutto
questo è vero, è però solo parzialmente vero perché quella mancanza di regolamentazione e
quella politica monetaria erano le uniche opzioni possibili per far coesistere un mercato senza
freni che accumulava la ricchezza e una comunità politica ancora democratica che non avrebbe
potuto accettare una distribuzione eccessivamente iniqua del reddito senza una contropartita (la
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ricchezza fittizia garantita dai
subprime). Questo la sinistra di governo non riesce a capirlo, non si spiegherebbe altrimenti come
mai il Pd non riesca neppure a proporre l’imposta patrimoniale supportata addirittura da
Montezemolo, Buffett e associazioni di ricchi tedeschi. Sarebbe questa la ritrovata autonomia
culturale quando, secondo Modiano, attraverso un prelievo del 4% sulla parte più ricca del paese
si riuscirebbero a reperire 200 miliardi più che abbastanza per mettere sotto controllo la dinamica
debito/Pil e, al contempo rilanciare politiche di sviluppo?
Nel frattempo la sinistra radicale non sembra in grado di dettare una nuova agenda, vuoi perché
troppo debole, vuoi perché in realtà una agenda veramente innovativa manca ancora. Alcune
questioni, so:lo r iadlilm’aepnpsairoennazma etenctoniche, sono state illustrate da Mario Pianta
della finanza, nuova struttura per le agenzie di rating, revisione del Patto di Stabilità. Magari
riportando sotto controllo politico la Banca centrale europea e la politica monetaria, come
suggerito da Palma, Leon, Rom.Pnoiù ein geerrnaerirale, però, la vera questione dirimente,
a mio parere, è legata al rilancio dell’alternativa alle istituzioni europee attuali, politiche ed
economiche, a partire però non da iniziative nazionali ma a livello continentale, in quanto è
evidente che i problemi dei disoccupati greci, degli
indignados spagnoli e degli operai italiani sono, fondamentalmente, gli stessi. E pure i lavoratori
dell’Europa del Nord avrebbero assai poco da guadagnare da un crollo dell’euro. Ha ragione
Donatella Della Porta a porre il problema della democrazia al centro della sua riflessione sulla
crisi europea. Basti pensare che anche sui giornali progressisti e nelle parole del Capo dello
Stato la preoccupazione principale a proposito della manovra finanziaria riguarda la possibile
reazione dei mercati e non quella dei cittadini, la cui vita viene colpita in maniera diretta. Si tratta
dunque di rilanciare la centralità della democrazia soprattutto a livello comunitario proprio perché
la crisi coinvolge l’Europa come continente e non solo i singoli stati – l’effetto contagio, le
esposizioni delle banche tedesche e francesi nel sud del continente, i debiti pubblici incastrati
l’uno su qllu’aalntrdoo. Hdaic era cghioen le’u nicAavaetroa alternativa consiste nel
costruire l’Europa politica, rimediando dunque al peccato originale di Maastricht. Non basta però
l’Europa politica se quella che ci propongono è l’Europa del pareggio di bilancio in costituzione,
un'Europa unita anche a livello di politiche economiche ma dominata dal potere del mercato.
Quello che serve è un'Europa politica e un'Europa democratica, che smetta di essere gregaria
dei mercati, ricordandosi, con Dahl, che la democrazia è soprattutto un sistema di distribuzione
delle risorse alternativo al mercato, e non una semplice cornice politica di quanto deciso dalle
Borse internazionali. In breve, un’Europa caratterizzata da un nuovo contratto sociale – la vera
cifra del superamento di una crisi di sistema. Questo cambiamento non può però avvenire per
gentile concessione di
elite illuminate, che non ci sono, né si vedono all’orizzonte. La costruzione di una nuova Europa
è possibile solo attraverso il rilancio dell’iniziativa politica a livello continentale, ripartendo dal
basso, per dare voce alle lotte degli
indignados, e una risposta alla questione sociale che dilaga dalle periferie di Londra all’Europa
mediterranea. Quello che una volta era il compito della sinistra.

Documento esportato da www.sbilanciamoci.

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