giovedì 15 settembre 2011

Il diritto al default come contropotere finanziario


Il diritto al default come contropotere
finanziario

Andrea Fumagalli
Una finanza mondiale grande otto volte l’economia reale non è sopportabile. La politica
monetaria aiuta la speculazione e solo il diritto all’insolvenza degli stati potrebbe smontarne il
potere. L’Europa potrebbe cambiare le regole e unire le sue politiche fiscali
In queste settimane di crisi finanziaria e di pressione speculativa sui paesi mediterranei, l’Europa
non ha fatto una bella figura. E non poteva essere altrimenti, dal momento che la costruzione di
un’Europa politica, economica e sociale è ancora lungi dall’essere raggiunta. Al momento,
siamo di fronte solo all’unione monetaria europea, che è cosa diversa dall’Europa. I poteri sono
in mano alla Bce, non a un parlamento regolarmente eletto a suffragio universale in grado di
legiferare con poteri superiori a quelli nazionali. E, infatti, è la Bce che detta legge, tramite
l’oligarchia dei poteri forti oggi rappresentati dall’asse Merkel-Sarkozy (un neo Berlusconi in
salsa oltralpe!).
Eppure, ci potrebbero essere gli spazi per creare le premesse della costruzione di quell’Unione
europea, sociale, economica, solidale e federale che tutti auspichiamo, in grado di essere
superiore agli opportunismi nazionalistici. Un’Unione europea che è del tutto antitetica a quella
che viene rappresentata dalla lettera “segreta” o “confidenziale” di Trichet e Draghi al governo
italiano, nella quale vengono dettate le linee di politica economica che l’Italia dovrebbe seguire
se vuole ottenere un aiuto per evitare il rischio di default e l’aumento degli oneri d’interesse.
Il diktat della Bce si basa su due false ma comode convenzioni, che derivano dal dogma neo e
social-liberista: a. neutralità dei mercati finanziari e fiducia nel loro ruolo di arbitro imparziale
dell’efficienza del libero mercato e b. la possibilità che politiche fiscali recessive del tipo lacrimesangue
possano raggiungere l’obiettivo del pareggio di bilancio pubblico e quindi contrastare la
speculazione.
La favola dei mercati finanziari concorrenziali, imparziali e neutri
Il biopotere dei mercati finanziari si è grandemente accresciuto con la finanziarizzazione
dell’economia. Se il Prodotto interno lordo del mondo intero nel 2010 è stato di 74 mila miliardi di
dollari, la finanza lo surclassa: il mercato obbligazionario mondiale vale 95 mila miliardi di dollari,
le borse di tutto il mondo 50 mila miliardi, i derivati 466 mila miliardi. Tutti insieme (al netto delle
attività sul mercato delle valute e del credito), questi mercati muovono un ammontare di
ricchezza otto volte più grande di quella prodotta in termini reali: industrie, agricoltura, servizi.
Tutto ciò è noto, ma ciò che spesso si dimentica di rilevare è che tale processo, oltre a spostare
il centro della valorizzazione e dell’accumulazione capitalistica dalla produzione materiale a
quella immateriale e dello sfruttamento dal solo lavoro manuale anche a quello cognitivo,
ha dato origine ad una nuova “accumulazione originaria”, che, come tutte le accumulazioni
originarie, è caratterizzata da un elevato grado di concentrazione.
Per quanto riguarda il settore bancario, i dati della Federal Reserve ci dicono che dal 1980 al
2005 si sono verificate circa 11.500 fusioni, circa una media di 440 all’anno, riducendo in tal
modo il numero delle banche a meno di 7.500. Al 1° trimestre 2011, cinque Sim (Società di
Intermediazione Mobiliare e divisioni bancarie: J.P Morgan, Bank of America, Citybank, Goldman
Sachs, Hsbc Usa) e cinque banche (Deutsche Bank, Ubs, Credit Suisse, Citycorp-Merrill Linch,
Documento esportato da www.sbilanciamoci.info 1 di 4
Bnp-Parisbas) hanno raggiunto il controllo di oltre il 90% del totale dei titoli derivati (fonte:
Nel mercato azionario, le strategie di fusione e acquisizione hanno ridotto in modo consistente il
numero delle società quotate. Ad oggi, le prime 10 società con maggiore capitalizzazione di
borsa, pari allo 0,12% delle 7.800 società registrate, detengono il 41% del valore totale, il 47%
del totale dei ricavi e il 55% delle plusvalenze registrate. In tale processo di concentrazione, il
ruolo principale è detenuto dagli investitori istituzionali (termine con il quale si indicano tutti quegli
operatori finanziari – da Sim, a banche, a assicurazioni,– che gestiscono per conto terzi gli
investimenti finanziari: sono oggi coloro che negli anni ’30 Keynes definiva gli “speculatori di
professione”). Oggi, sempre secondo i dati della Federal Reserve, gli investitori istituzionali
trattano titoli per un valore nominale pari a 39 miliardi, il 68,4% del totale, con un incremento di 20
volte rispetto a venti anni fa. Inoltre, tale quota è aumentata nell’ultimo anno, grazie alla
diffusione dei titoli di debito sovrano (mai nome è più mistificatorio nell’epoca della crisi della
sovranità nazionale!). Ad esempio, per quanto riguarda il debito pubblico, italiano, circa l’87% è
detenuto da investitori istituzionali, per oltre il 60% all’estero (a differenza di quanto avviene in
Giappone).
Da questi dati, possiamo arguire che in realtà i mercati finanziari non sono qualcosa di imparziale
e neutrale, ma sono espressione di una precisa gerarchia: lungi dall’essere concorrenziali, essi
si confermano come fortemente concentrati: una piramide, che vede, al vertice, pochi operatori
finanziari in grado di controllare oltre il 70% dei flussi finanziari globali e, alla base, una miriade di
piccoli risparmiatori che svolgono una funzione meramente passiva. Tale struttura di mercato
consente che poche società (in particolare le dieci, tra Sim e banche, citate in precedenza) siano
in grado di indirizzare e condizionare le dinamiche di mercato. Le società di rating (spesso
colluse con le stesse società finanziarie), inoltre, ratificano, in modo strumentale, le decisioni
oligarchiche che di volta in volta vengono prese.
Quando si leggono affermazioni del tipo “sono i mercati a chiederlo”, “è il giudizio dei mercati”
e amenità del genere, dobbiamo renderci conti che tali cosiddetti mercati, presentati
ideologicamente come entità metafisica, non sono altro che espressione di una precisa gerarchia
e potere. E la Bce lo sa bene.
La farsa del pareggio di bilancio
Il deficit pubblico è costituito da due componenti: il disavanzo o avanzo primario, pari alla
differenza tra il totale delle spese e il totale delle entrate dello Stato (al netto degli interessi) e le
spese per interessi sui titoli di stato emessi negli anni precedenti. Le leggi finanziarie possono
intervenire solo sull’avanzo o del disavanzo primario, non sulle spese per interessi. In seguito
all’adozione di misure draconiane, si può creare anche un avanzo primario, ma se in
contemporanea aumenta l’onere del debito e quindi la spesa per interessi, lo sforzo per ridurre il
deficit di bilancio può essere del tutto vanificato. Ed è proprio questo ciò che è successo e sta
succedendo oggi in Europa per i paesi Piigs. Al momento attuale, in seguito ai vari declassamenti
che le agenzie di rating hanno inflitto ai titoli di stato, il divario (
spread) con i bond tedeschi (quelli considerati più affidabili) è fortemente aumentato. Di fatto, al
di là delle validità e affidabilità o meno delle manovre draconiane, l’ultima parola spetta sempre,
come si confà al moderno capitalismo, al biopotere dei mercati finanziari.
In secondo luogo, occorre ricordare che ogni politica fiscale restrittiva ha come conseguenza
immediata la contrazione del Pil. È cosi possibile che l’effetto negativo di tali cure sul Pil sia
maggiore dell’effetto positivo di riduzione del deficit, con il risultato che l’obiettivo di ridurre il
rapporto deficit/Pil non possa mai venir conseguito. È il classico caso in cui la cura è talmente
forte da ammazzare il paziente, utilizzando una nota metafora di Keynes. Tale rischio è tanto più
elevato tanto più la politica fiscale restrittiva avviene all’indomani di una fase recessiva così
pesante come quella del 2009. Ed è veramente ipocrita che gli economisti che fino a ieri
chiedevano a gran voce tali misure restrittive oggi paventino il rischio della doppia recessione.
Documento esportato da www.sbilanciamoci.info 2 di 4
Non è necessario essere esperti di economia per capire che difficilmente tali manovre di politica
economica potranno avere successo. Al contrario, il rischio è che la situazione si avviti in una
spirale viziosa senza uscita con la necessità ogni anno di adottare politiche fiscali ancor più
recessive.
I grandi investitori istituzionali sanno perfettamente tutto ciò. Il raggiungimento del bilancio in
pareggio dell’Italia o degli altri paesi europei non interessa. Ciò che a loro interessa è, in primo
luogo, che lo spazio per la speculazione finanziaria rimanga sempre aperto e in secondo luogo
che nuova liquidità venga continuamente e costantemente iniettata nel circuito dei mercati
finanziari, al fine di accrescere la solvibilità delle transazioni. Infine, in terzo luogo, si vuole che
venga garantito il pagamento delle
tranches di interessi. La Bce mente sapendo di mentire.
Contro il potere finanziario: diritto al default
La speculazione finanziaria è un meccanismo che nulla ha di parassitario, anzi. Da quando non
sono più in vigore gli accordi di Bretton Woods, il potere finanziario stabilisce in modo autonomo
e sovranazionale il valore della moneta, sulla base delle gerarchie e delle aspettative che gli
speculatori istituzionali di volta in volta definiscono. La pervasività dei mercati finanziari sulla vita
economica e sociale degli abitanti della terra (dai contadini del Sud del mondo, agli operai e ai
precari dell’Est e dell’Ovest del mondo, dagli studenti ai migranti) è tale che l’accesso a
porzioni (sempre più decrescenti) di ricchezza sia condizionato direttamente e indirettamente
dagli effetti distributivi e distorsivi che gli stessi mercati finanziari generano. Qui sta il loro
biopotere e la loro
governance. Ogni euro di plusvalenza generata virtualmente nell’attività speculativa ha effetti
reali sull’economia per circa un 30% (secondo i dati della Bri), mettendo in moto un
moltiplicatore finanziario che incide direttamente sulle capacità di investimento e di distribuzione
del reddito che stanno alla base dell’attuale processo di accumulazione. Tale 30% di fatto è
creazione netta di moneta, al di fuori di qualsiasi forma di signoraggio statuale oggi esistente. La
produzione di moneta a mezzo di moneta implica una ridefinizione della legge del valore-lavoro e
nuove regole di sfruttam)e endto è ( cpfer.r wquwews.teophoetmereer acwhee b.moregrcati
finanziari sono oggi il centro della valorizzazione.
A fronte di questo contesto, è necessario operare per restringere il campo d’azione dei mercati
finanziari: non tramite l’illusione di una loro riforma, ma tramite la costituzione di un contropotere,
in grado di erodere la loro efficacia. È necessario rompere il circuito della speculazione finanziaria
andando a colpire la fonte del loro guadagno, ovvero favorendo la completa svalutazione dei titoli
sovrani che sono di volta in volta al centro dell’attività speculativa. Tale obiettivo può essere
ottenuto solo tramite uno strumento: il non pagamento degli interessi (o la loro dilazione
temporale) e la dichiarazione di default (bancarotta). In tal modo, lo strumento stesso della
speculazione verrebbe meno: i titoli sovrani diventerebbero di conseguenza carta straccia,
junk bonds.
Gli investitori istituzionali speculano sul rischio di default ma sono i primi a non volere il default. In
tal modo, la speculazione non potrà avere come mira il welfare, soprattutto se si perseguisse una
strategia di
default controllato, ovvero accompagnata, a livello europeo e di concerto con la Federal Reserve,
da una politica comune di gestione della crisi, finalizzata non solo a creare un fondo di intervento
a sostegno dei paesi in difficoltà, ma soprattutto a emettere Eurobonds in grado di sostituire i titoli
sovrani entrati in default a tassi d’interessi fissi (in linea con il Libor, ad esempio), garantendo i
rendimenti solo ai titoli in possesso delle famiglie e con interventi di controllo della libera
circolazione dei capitali.
Il diktat della Bce, accompagnato dall’immissione di liquidità
ex-nihilo, ha come scopo quello di favorire la speculazione, non di contrastarla. Solo il diritto alla
bancarotta degli stati europei può rappresentare una prima risposta efficace, da coniugare con la
ripresa di un movimento transnazionale europeo che ponga al primo punto la costruzione di un
Documento esportato da www.sbilanciamoci.info 3 di 4
budget fiscale europeo unico, una politica fiscale e di spesa pubblica che travalichi i confini
nazionali. I principali punti di una simile strategia programmatica possono essere i seguenti:
1. Costituzione di un fondo di garanzia europeo finanziato prevalentemente dalla Banca centrale
europea;
2. Aumento progressivo del contributo di ogni stato europeo (ora all’1% del Pil) per costituire un
budget gestito a livello europeo in grado di favorire una politica sociale comune;
3. L’avvio di piano europeo per la definizione di una politica fiscale comune.
Tali punti rappresentano solo un programma minimo per consentire il passaggio della sovranità
fiscale dal livello nazionale e quello europeo e consentire, in tal modo, di porre un contropotere al
potere monetario e finanziario oggi dominante. Ma per raggiungere tali obiettivi è necessario che
si sviluppino movimenti sociali fra loro coordinati in grado di incidere nello spazio pubblico e
comune europeo. Dai sommovimenti ancora nazionali finalizzati a estendere il diritto
all’insolvenza è ora di passare, tramite le reti studentesche, dei migranti, dei precari, delle
donne, degli “indignati”, al diritto alla bancarotta su scala europea. Perché il diritto alla
bancarotta significa ipotizzare che la moneta è un bene comune.
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