La verità su Genova è questa: non dimentiCarlo!
Lo scorso 27 ottobre in consiglio comunale si è discusso finalmente l'ordine del giorno presentato dal nostro partito per intitolare una via a Carlo Giuliani.
Dopo il comunicato del capo gruppo PD Colzi e la nostra ferma risposta, il risultato della votazione era pressoché già scritto. Il PD ha tentanto senza risultati di evitare la discussione. Ci è stato chiesto per l'ennesima volta di rinviarla. Ma il fatto è questo: da Genova sono passati 10 anni. Un partito dovrebbe da tempo aver maturato una posizione su quei fatti. E non c'è via di mezzo a riguardo. In quei giorni a Genova ci furono aggrediti e aggressori. Se gli aggrediti furono i manifestanti, Carlo è stato ammazzato. Da Genova in poi 10 anni di mezze inchieste, prove schiaccianti, filmati, ricostruzioni ci danno ragione. Tutto questo non interessa al Pd che di fronte alla nostra richiesta, si è dovuto togliere la maschera. Ecco che allora la nostra proposta ha raccolto un solo voto favorevole, il nostro, 4 astenuti e il resto del consiglio comunale, da destra a sinistra, ha votato in maniera compatta no. Sembrano passati secoli da quando la stessa amministrazione comunale partecipava alle iniziative del Social Forum. Oggi, nei territori dove la destra di fatto non c'è o finge di fare opposizione, il PD svolge perfettamente il ruolo di degno sostituto. Con rabbia e sconcerto abbiamo contatto Haidi e Giuliano, i genitori di Carlo e abbiamo ch
iesto loro di dare la loro versione. Di seguito pubblichiamo la loro risposta.
iesto loro di dare la loro versione. Di seguito pubblichiamo la loro risposta.Con Carlo nel cuore.
Rifondazione Comunista Campi Bisenzio
20 luglio 2001. Piazza Alimonda. Ore 17.25. I due defender che precedono in retromarcia la fuga precipitosa di una compagnia di carabinieri (protagonisti di un insensato attacco di fianco al corteo autorizzato di via Tolemaide) si ostacolano a vicenda. Uno si sgancia, l’altro si ferma contro un cassonetto dell’immondizia. Sul retro ci sono quindici o sedici persone, a poca distanza un’intera compagnia di carabinieri che non interviene a difesa della jeep. Tra i manifestanti, uno ha in mano un’asse di legno, tre sono fotografi. Nelle fotografie sembrano tutti vicinissimi, perché ci sono zoom che riducono distanze di diversi metri a poche decine di centimetri. Un manifestante raccoglie da terra un estintore e lo lancia verso il defender. Non produce danni: una pedata lo spinge via e lo fa rotolare a quattro metri di distanza. Carlo è giunto fra gli ultimi dalle parti della jeep, verso la fiancata destra: ha visto la pistola impugnata da tempo, e vede la mano sinistra che mette il colpo in canna, ode le grida minacciose (“vi ammazzo tutti”). Va verso l’estintore e si china a raccoglierlo: si può solo dedurre la sua intenzione di difendere gli altri e se stesso dalla minaccia. La Beretta calibro 9 spara due colpi in rapida successione. La mano che la impugna è piegata, dicono che così si controlla meglio la direzione del colpo. Braccio e canna dell’arma sono orizzontali, paralleli al suolo. Nessun calcinaccio che devia il proiettile, come asserisce l’imbroglio dei consulenti avallato dal pm e dal gip: basta guardare l’ingrandimento del filmato. Carlo rotola verso la jeep che ingrana la retromarcia, passa due volte sul suo corpo e si allontana in quattro secondi uscendo di scena. Poi, meno di due minuti dopo, un folto cordone cintura la scena, un carabiniere spacca la fronte di Carlo con una pietrata per cercare di mettere in campo un vergognoso tentativo di depistaggio, inscenato da un vice questore che insegue un manifestante “reo” soltanto di gridare “assassini” all’indirizzo dei militari (ricordate: “Bastardo, l’hai ucciso tu col tuo sasso”).
Ecco. Dieci anni non cancellano la verità, che resta in tutta la sua drammaticità anche se hanno cercato di travisarla e oscurarla. L’omicidio di Carlo è stato archiviato, non importa che fosse l’episodio più violento e più tragico di quelle giornate. I processi che si sono celebrati hanno invece rivelato le pesanti e gravi responsabilità delle catene di comando: dalle due ore di cariche ingiustificate e violente dei reparti dei carabinieri in via Tolemaide, che sono all’origine dell’omicidio di Carlo; al falso ideologico, calunnia, arresti illegali, reati compiuti dalle massime autorità della polizia alla Diaz; alla induzione alla falsa testimonianza commessa dall’allora capo della polizia De Gennaro, come hanno affermato le sentenze di secondo grado. Il terzo grado di giudizio ritarda, oscene manovrette puntano alla prescrizione (cambi di indirizzi degli imputati, mancato ricevimento degli atti). Non hanno fatto ritardo le promozioni. Tutti tranne uno (il vice questore che parlò, riferendosi alla Diaz, di “macelleria messicana”), ai gradi più alti: se la Cassazione confermasse la sospensione dai pubblici uffizi per cinque anni, i vertici della polizia sarebbero decapitati. I carabinieri promossi di grado non corrono questo rischio: nessuno dei responsabili di piazza Alimonda e delle cariche ingiustificate in tutte le altre circostanze è stato mandato sotto processo.
Naturalmente, non si è voluto indagare sulle responsabilità politiche. Si è trattato di una scelta bipartisan: all’epoca del governo Prodi la commissione parlamentare d’inchiesta fu bocciata alla Camera per il voto contrario di due esponenti della maggioranza (Udeur e Idv), l’assenza di altri due (un socialista e un radicale) e l’astensione del presidente della commissione, l’on. Violante. Ed è altrettanto grave, perché rafforzare l’impunità dei responsabili di una condotta violentemente repressiva delle forze dell’ordine significa indebolire le garanzie democratiche. Significa non rispondere alle domande, a volte persino angosciate, di quei poliziotti che non vogliono essere confusi con quelli che indossando la stessa divisa massacrano in dieci un inerme manifestante che scappando è inciampato ed è caduto per terra, o con quelli del settimo nucleo addestrati alla violenza più gratuita, che massacrano 93 persone che dormono alla Diaz. Significa non rispondere alle domande di quei carabinieri che non vogliono essere confusi con i colleghi che la sera del 20 luglio cantavano negli acquartieramenti “faccetta nera” e altre canzoncine fasciste.
Giuliano Giuliani
Ecco. Dieci anni non cancellano la verità, che resta in tutta la sua drammaticità anche se hanno cercato di travisarla e oscurarla. L’omicidio di Carlo è stato archiviato, non importa che fosse l’episodio più violento e più tragico di quelle giornate. I processi che si sono celebrati hanno invece rivelato le pesanti e gravi responsabilità delle catene di comando: dalle due ore di cariche ingiustificate e violente dei reparti dei carabinieri in via Tolemaide, che sono all’origine dell’omicidio di Carlo; al falso ideologico, calunnia, arresti illegali, reati compiuti dalle massime autorità della polizia alla Diaz; alla induzione alla falsa testimonianza commessa dall’allora capo della polizia De Gennaro, come hanno affermato le sentenze di secondo grado. Il terzo grado di giudizio ritarda, oscene manovrette puntano alla prescrizione (cambi di indirizzi degli imputati, mancato ricevimento degli atti). Non hanno fatto ritardo le promozioni. Tutti tranne uno (il vice questore che parlò, riferendosi alla Diaz, di “macelleria messicana”), ai gradi più alti: se la Cassazione confermasse la sospensione dai pubblici uffizi per cinque anni, i vertici della polizia sarebbero decapitati. I carabinieri promossi di grado non corrono questo rischio: nessuno dei responsabili di piazza Alimonda e delle cariche ingiustificate in tutte le altre circostanze è stato mandato sotto processo.
Naturalmente, non si è voluto indagare sulle responsabilità politiche. Si è trattato di una scelta bipartisan: all’epoca del governo Prodi la commissione parlamentare d’inchiesta fu bocciata alla Camera per il voto contrario di due esponenti della maggioranza (Udeur e Idv), l’assenza di altri due (un socialista e un radicale) e l’astensione del presidente della commissione, l’on. Violante. Ed è altrettanto grave, perché rafforzare l’impunità dei responsabili di una condotta violentemente repressiva delle forze dell’ordine significa indebolire le garanzie democratiche. Significa non rispondere alle domande, a volte persino angosciate, di quei poliziotti che non vogliono essere confusi con quelli che indossando la stessa divisa massacrano in dieci un inerme manifestante che scappando è inciampato ed è caduto per terra, o con quelli del settimo nucleo addestrati alla violenza più gratuita, che massacrano 93 persone che dormono alla Diaz. Significa non rispondere alle domande di quei carabinieri che non vogliono essere confusi con i colleghi che la sera del 20 luglio cantavano negli acquartieramenti “faccetta nera” e altre canzoncine fasciste.
Giuliano Giuliani

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