martedì 5 maggio 2015

L’offensiva della Nato globale

L’ARTE DELLA GUERRA
 
L’offensiva della Nato globale
Manlio Dinucci 

L’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico non ha più confini. In Europa – dopo essersi estesa a sette paesi dell’ex Patto di Varsavia, tre dell’ex Urss e due della ex Jugoslavia (demolita con la guerra nel 1999) – sta incorporando l’Ucraina. Le forze armate di Kiev, che da anni partecipano alle operazioni Nato in diverse aree (Balcani, Afghanistan, Iraq, Mediterraneo, Oceano Indiano), vengono sempre più integrate in quelle dell’Alleanza sotto comando Usa.

Il 24 aprile è stato firmato un accordo che le inquadra di fatto nella rete di comando, controllo e comunicazione Nato. Nel momento stesso in cui il parlamento di Kiev approva all’unanimità una legge che esalta come «eroico» il passato nazista dell’Ucraina e, mentre dichiara «criminale» ogni riferimento al comunismo mettendo fuori legge il Pc, definisce «combattenti per l'indipendenza ucraina» i nazisti che massacrarono decine di migliaia di ebrei.

In Lituania e Polonia, la Nato ha schierato cacciabombardieri che «pattugliano» i cieli delle tre repubbliche baltiche, ai limiti dello spazio aereo russo: l’Italia, dopo aver guidato la «missione» nel primo quadrimestre 2015, vi resta almeno fino ad agosto con 4 cacciabpmbardieri Eurofighter Typhoon.

In Asia centrale, «regione strategicamente importante», la Nato sta incorporando la Georgia che, già integrata nelle sue operazioni, «aspira a divenire membro dell’Alleanza». Continua inoltre ad «approfondire la cooperazione» con Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan, per contrastare l’Unione economica eurasiatica (comprendente Russia, Bielorussia, Kazakistan, Armenia e, da maggio, il Kirghizistan).

Resta «profondamente impegnata in Afghanistan» (considerato, nella geografia imperiale, parte del «Nord Atlantico»), paese di grande importanza geostrategica nei confronti di Russia e Cina, dove la guerra Nato continua con forze speciali, droni e cacciabombardieri (52 attacchi aerei solo in marzo).

In Asia occidentale, la Nato prosegue l’operazione militare coperta contro la Siria e ne prepara altre (l’Iran è sempre nel mirino), come dimostra lo spostamento a Izmir (Turchia) del Landcom, il comando di tutte le forze terrestri dell’Alleanza. Allo stesso tempo la Nato sta rafforzando la partnership (collaudata nella «campagna di Libia») con quattro monarchie del Golfo – 
Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar – e la cooperazione militare con l’Arabia Saudita che, denuncia «Human Rights Watch», sta facendo strage nello Yemen con bombe a grappolo fornite dagli Usa.

In Asia orientale, la Nato ha concluso col Giappone un accordo strategico che 
«allarga e approfondisce la lunga partnership», cui si unisce un accordo analogo con l’Australia, in funzione anticinese e antirussa. Con la stessa finalità i maggiori paesi Nato (tra cui l’Italia) partecipano ogni due anni, nel Pacifico, a quella che il comando della Flotta Usa definisce «la maggiore esercitazione marittima del mondo».

In Africa, dopo aver demolito la Libia, la Nato sta potenziando l’assistenza militare all’Unione africana, cui fornisce anche «pianificazione e trasporto aeronavale», nel quadro strategico del Comando Africa degli Stati uniti.

In America Latina, la Nato ha stipulato un «Accordo sulla sicurezza» con la Colombia che, già impegnata in programmi militari dell’Alleanza (tra cui la formazione di forze speciali), ne può divenire presto partner. Non ci sarà da stupirsi se, tra non molto, l’Italia invierà i suoi cacciabombardieri a «pattugliare» i cieli della Colombia in una «missione» Nato contro il Venezuela.

(il manifesto, 5 maggio 2015)  

Ecco chi è davvero la ragazza con il volto sanguinante a Bologna (e no, non era un fake)

Ecco chi è davvero la ragazza con il volto sanguinante a Bologna (e no, non era un fake)

giovedì 30 aprile 2015

Nuove Resistenti n. 541

Il Centro di cultura e documentazione Popolare, Via Pisa 41 - Torino,
ti invita alla lettura delle notizie pubblicate sul sito www.resistenze.org nell'ultima settimana:

Movimento Comunista Internazionale

- Iniziativa comunista europea sul diritto al lavoro e alla tutela dei disoccupati
- No alle politiche migratorie assassine dell'UE

Movimento operaio internazionale

- FSM: 1° Maggio 2015, con determinazione, internazionalismo e lotta
- Il movimento sindacale al bivio?
- La settimana di 30 ore: alla conquista del tempo perduto...

Transizione - analisi e prospettive

- Libertà per chi? La base di classe delle libertà civili

Della guerra

- Dall'Iraq allo Yemen, la trappola confessionale (seconda parte)
- I droni dei serial killer

Mondo - politica e società

- America latina e Stati Uniti: Una relazione asimmetrica

Mondo - salute e ambiente

- EXPO e TTIP: Le manette della dittatura capitalista che occorre combattere
- Devastazione e saccheggio

Gioventù comunista

- Il ruolo dei comunisti nella Resistenza

Grecia

- Manifestazione del PAME presso gli uffici UE di Atene contro la politica europea sugli immigrati

Spagna

- PCPE: 1° Maggio, unire la classe operaia e rinforzare le fila comuniste

Ucraina

- Un regime all'insegna del revisionismo e del negazionismo

Vietnam

- La grande vittoria della Primavera 1975
- Vo Thi Thang: la ragazza del sorriso della vittoria

Italia - politica e società

- Milano: Il PD cancella il corteo del 25 Aprile
- 1° Maggio: parliamo di lavoro, non c'è niente da festeggiare

Scuola

- Smantellamento della scuola pubblica. Una cronistoria per capire quando è cominciato

Lettere

- 70 anni dalla resistenza: scaduti i diritti d'autore

www.resistenze.org
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Per comunicazioni, commenti, collaborazione e contatti scrivere a posta@resistenze.org

domenica 26 aprile 2015

Il filo rosso della resistenza: partigiani ieri e oggi


Il filo rosso della resistenza: partigiani ieri e oggi 

Quest’anno il 70° anniversario della liberazione dal nazi-fascismo arriva in una fase storica particolarmente delicata, in cui sotto il peso di una crisi infinita e delle politiche di austerità abbiamo assistito in tutta Europa alla crescita di formazioni politiche populiste, neofasciste, razziste ed xenofobe.
Ma in questi ultimi mesi, ed in particolare dopo la strage di Parigi all’interno della redazione del giornale “Charlie Hebdo”, è certamente l’ISIS (o Stato Islamico) ad essere utilizzato maggiormente come strumento per seminare odio ed agitare lo spauracchio della minaccia alla civiltà (ed al sistema aggiungiamo noi) occidentale.
Una campagna islamofoba e reazionaria si sta sviluppando in tutto il vecchio continente, fomentando paura e isteria attraverso la costruzione dello stereotipo del nemico per eccellenza: immigrato e mussulmano.
Le forze fasciste impegnate a cavalcare da tempo l’emergenza migranti, cercano di trarre ulteriore vantaggio dagli ultimi accadimenti: dalla Le Pen ed il suo Front National in Francia, passando per Pegida (il movimento anti-immigrati nato in Germania) fino ad arrivare ai fascio-leghisti nostrani (Salvini in testa).
Tutti provano ad inzuppare il pane in questa brodaglia rancida , ergendosi a protettori della civiltà contro la barbarie islamica e lanciando un autentica crociata in nome della cristianità. Chi fa questo, centrando la questione sull’elemento religioso (e di conseguenza su quello nazionale) piuttosto che sulla forma tipicamente fascista e reazionaria del califfato nero, lo fa con l’unico scopo di provare a raccogliere consenso per i loro beceri scopi elettorali.
Crediamo invece che, anche se in una forma diversa dal passato (almeno quello a noi storicamente più vicino),l’ISIS si ponga in assoluta continuità con quella che è l’idea di sopraffazione, totalitarismo e nazionalismo tipica dell’ideologia fascista.
Stato Islamico o fascismo islamico?
Lo Stato Islamico non è altro che un miscuglio di fanatismo islamico e nazionalismo radicale.
Questo ne fa uno stato fascista. Gli estremisti hanno usato il Corano per disprezzare e vessare i non arabi o più genericamente chi non stava dalla loro parte.
L’ISIS è la progenie del fascismo moderno portato avanti attraverso il culto della superiorità, l’ideologia oscurantista ed il mito della Nazione, ed ogni tentativo dei fascisti occidentali di cavalcare l’islamofobia va doppiamente respinta e frontalmente attaccata, ribadendo che la lotta contro il Califatto nero è prima di tutto lotta antifascista, per la libertà e l’emancipazione dei popoli.
Partigiani di ieri e di oggi
Mentre le potenze occidentali stanno alla finestra a guardare la carneficina dei Daesh ,le popolazioni del Medioriente ed in particolari quella Curda nella regione del Rojava (Kurdistan occidentale – Nord della Siria n.d.r.)hanno iniziato da tempo una lotta di liberazione e per l’autonomia.
Da alcuni anni proprio nel Rojava è in corso un processo politico di trasformazione della società incisivo e radicale. Da quando il conflitto siriano si è intensificato e si è trasformato in guerra civile, il movimento curdo in Siria guidato dal PYD (Partito di Unione Democratica) ha preso il controllo di gran parte della regione curda a nord del paese. Nel novembre 2013, il PYD ha annunciato di avere ultimato tutte le preparazioni per dichiarare l’autonomia, ed è stata proposta una costituzione chiamata Carta del Contratto Sociale.
La rivoluzione popolare in Rojava ha condotto alla costruzione di una regione autonoma, divisa in tre cantoni – ciascuno con il proprio autogoverno democratico e autonomo. Il Cantone di Cizire ha dichiarato l’autonomia il 21 gennaio, seguito dal Cantone di Kobane il 27 gennaio, e dal Cantone di Efrin il 29 gennaio. I cantoni si sono dotati di assemblee popolari e forze di autodifesa le YPG (miste) e le YPJ (composte solo da donne) in prima linea nella battaglia contro i fascisti dell’IS.
Dopo un lungo periodo di silenzio completo dei mezzi di informazione ufficiali sulla situazione in Rojava, negli ultimi mesi la città di Kobane, capoluogo dell’omonimo cantone, ha guadagnato l’attenzione di stampa e tv.
L’assedio delle truppe dell’IS alla città durato 134 giorni e si è concluso con la vittoriosa liberazione della città di Kobane, mentre tutt’oggi le partigiane ed i partigiani Curdi continuano a combattere a qualche decina di km dalla città contro le milizie del califfato.
Sappiamo bene che la guerra in corso non è solo una guerra contro la regione e i suoi abitanti, ma è anche e soprattutto guerra contro una possibilità, quella rappresentata dall’esperienza di autonomia del Rojava, non uno stato per un popolo, ma un’esperienza di autogoverno per tutte le comunità che vivono quella terra.
I curdi non stanno combattendo per avere un loro stato con delle bandiere, delle frontiere e della polizia, ma si stanno difendendo per affermare la libertà di un popolo ad autogovernarsi come “confederazione democratica” del territorio. Anche in questi mesi di resistenza e di guerra, la società del Rojava non ha abbandonato la strada intrapresa per superare le differenze di genere nella vita quotidiana ed il modello maschilista e patriarcale, insieme all’assunzione di responsabilità nel preservare l’ambiente e difenderlo dalle aggressioni del capitalismo di sovrasfruttamento delle risorse.
Lo Stato Islamico è stato costretto a ritirarsi davanti al suo peggiore incubo: uomini e donne liberi e uguali, con gli stessi diritti e gli stessi doveri verso la comunità, fratelli e sorelle di una nuova una rivoluzione fiorita nel Medio Oriente devastato dall’integralismo, dalle dittature e soprattutto dall’imperialismo occidentale.
Quello che oggi accade in Rojava ci racconta di una saldatura più che mai forte ed attuale tra la storia della resistenza partigiana contro il nazifascismo e la lotta di liberazione contro l’IS.
Ci conferma di quanto attuale e sempre presente sia la necessità di un memoria storica, ma soprattutto di un azione antifascista praticata dalle forze popolari contro il fascismo che si reinventa sotto nuove facce.
Non sono lotte che vanno di pari passo, non sono solo lotte che si intersecano: sono materialmente la stessa lotta, una sola, inscindibile.
E’ la lotta per l’autodeterminazione, l’uguaglianza, la costruzione di una società basata su un modello altro, quello della partecipazione e non della sopraffazione, quello della solidarietà e non dell’odio.
Una società contro lo sfruttamento e che lotta per la liberazione dei popoli dall’oppressione del fascismo e del capitalismo.
Nel voler mantenere vivo e saldo quel filo rosso fondamentale che lega la Resistenza di ieri con le resistenze di oggi, mentre ricordiamo la Resistenza rinnovando l’impegno a proseguire le lotte ogni giorno, un pensiero di solidarietà e fratellanza non può non andare all’eroica Resistenza Kurda di Kobane.
Alle partigiane ed ai partigiani del Rojava cadute/i in nome della libertà

“Il domani era venuto e la notte era passata
c’era il sole su nel cielo
sorto nella libertà.”

sabato 25 aprile 2015

25 APRILE 2015 in Piazza S. Spirito

25 APRILE 2015 in Piazza S. Spirito

A partire dalle 15 banchini informativi, musica, interventi, cibo e bevande

Alle 17 CORTEO fino a Piazza Tasso e ritorno in S. Spirito

Al ritorno i canti del MENESTRELLO

A seguire CENA in piazza e CONCERTO con IVANOSKA e BANDA K100

ORA E SEMPRE RESISTENZA!

A 70 anni di distanza dal 25 Aprile 1945, le ragioni che portarono i partigiani a prendere le armi sono più attuali che mai. Durante la Resistenza gran parte delle formazioni partigiane affrontavano fascisti e nazisti armi in pugno non solo per farla finita con la dittatura, ma per un mondo libero da ingiustizia, sfruttamento e guerra. La loro era una battaglia contro i padroni non meno che contro i loro tirapiedi fascisti. Oggi affrontiamo gli stessi nemici. I padroni che approfittano della crisi per sfruttarci sempre di più, e ci minacciano o ci licenziano se lottiamo per i nostri diritti. Il governo Renzi che, come tutti quelli che si sono succeduti nei decenni, attacca le condizioni di vita e di lavoro di operai, pensionati, disoccupati, studenti con controriforme come il Jobs act o la cosiddetta "buona scuola", con il piano casa, i tagli alla sanità, le grandi opere. Le forze della repressione, sempre pronte a colpire con denunce, arresti, processi chi si oppone a tutto questo. E infine i fascisti, che mai sono scomparsi dal panorama politico di questo paese, e dal 1945 hanno continuato ad occupare posti chiave nello Stato, dalla magistratura, alla polizia, all'esercito, coprendo le bombe, gli omicidi, le aggressioni degli squadristi che mai sono cessate contro lavoratori, migranti e antifascisti.

Il compito che i fascisti sono chiamati oggi a svolgere dal capitale è di dividere le classi popolari, fomentando l'odio contro l'immigrato con parole d'ordine populiste e razziste, e scatenando così una guerra tra poveri, mentre non una parola viene spesa contro chi sfrutta o delocalizza all'estero, contro le aggressioni militari e il saccheggio delle risorse che spingono migliaia di proletari ad emigrare. Ricordiamo che proprio in questa città il fascista Casseri, militante di Casapound, ha messo in pratica le sue idee razziste uccidendo due lavoratori senegalesi e ferendone gravemente un terzo. E ora Casapound sta cercando di mantenere aperta una sede a Coverciano, camuffata da libreria, la cui presenza è stata chiaramente rifiutata dal quartiere. La questura ha risposto alla mobilitazione antifascista prima proteggendo notte e giorno la sede e militarizzando il quartiere, e poi con le denunce contro gli antifascisti.

I fascisti alzano il tiro anche perché si sentono legittimati da decenni di propaganda revisionista e dalla sistematica diffamazione della Resistenza alimentata da tutti i partiti istituzionali. In particolare Casapound cerca oggi una piena agibilità istituzionale attraverso l'alleanza elettorale con la Lega di Salvini. Non si può negare il diritto di parola a chi si presenta alle elezioni, dicono istituzioni e giornalisti, e così la "libertà di espressione" dovrebbe diventare, secondo questi soggetti, lo scudo per far circolare liberamente nei quartieri popolari la propaganda fascista di Lega, Forza Nuova, Casapound, e per coprire le loro azioni squadriste.

Secondo le istituzioni chi si oppone ai razzisti si pone contro la legalità, e questo non può meravigliarci perché la legge è sempre e soltanto uno strumento nelle mani delle classi dominanti. L'unico antifascismo che conosciamo, e l'unico che realmente produce risultati, è quello quotidiano, vissuto nei quartieri, che non conosce deleghe. Un antifascismo che non ha nulla a che spartire con chi nel giorno della Liberazione vorrebbe provocatoriamente sfilare a Milano accanto agli oppressori del popolo palestinese, sotto le bandiere sioniste responsabili dei massacri di Gaza; né con chi, dal governo e dall'opposizione, promuove e sostiene le aggressioni militari in Siria, Libia, come già in Jugoslavia, e appoggia i gruppi nazisti in Ucraina. Per questo il nostro 25 Aprile non avrà nulla di rituale, ma sarà una giornata di solidarietà militante verso tutti gli antifascisti, e in particolare Emilio, del centro sociale Dordoni di Cremona, gravemente ferito dagli squadristi di Casapound, e sarà una giornata di mobilitazione anticapitalista, perché la Liberazione arriverà veramente solo quando gli ideali sociali che hanno guidato la Resistenza saranno realizzati e lo sfruttamento cancellato definitivamente dalla Storia.


Firenze Antifascista

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