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Basta affiancare per un attimo la tragedia di Lampedusa, - in cui sono morti centinaia di migranti, donne, neonati, bambini, anziani - alla buffonata parlamentare di ieri per capire l'inadeguatezza e il cinismo che avvolge la classe politica dirigente del nostro paese.
La parola "accoglienza" non è più una parola patrimonio dello Stato. Nel migliore dei casi viene agita dalle singole persone, come gli abitanti di Lampedusa che si prodigano in queste ore per salvare i dispersi; non a caso governati dall'ottima sindaca Giusi Nicolini che oggi invita il primo ministro Letta a scuotersi e ad andare sull'isola "a contare i morti".
Quelle di Lampedusa sono le ennesime morti annunciate, figlie di politiche nazionali agite con scopi elettorali e incapaci di affrontare gli ineludibili flussi migratori con umanità e nel rispetto della Costituzione.
I respingimenti degli immigrati verso paesi come la Libia, dove rischiano la tortura e la vita, la gestione dei Cie, la decisione di dichiarare continuamente lo stato d’emergenza per adottare misure straordinarie al di là dei limiti fissati dalle leggi nazionali e internazionali, l'assurdo perseverare con la legge Bossi-Fini che produce solo sofferenza e ingiustizia è la cifra disumana che chi governa il Paese grazie alla "pacificazione" - Partito Democratico e Popolo della Libertà in primo luogo - impone. E destano sdegno le parole del presidente Napolitano affranto dalla tragedia, considerato che è stato il primo - con la legge Turco-Napolitano - a togliere dignità e diritti ai migranti nel nostro Paese.
L'Italia è quindi un Paese fuori legge nel rapporto con i migranti. La nostra credibilità all'estero è pari a zero: non più tardi di ieri il Consiglio d'Europa all'unanimità ha bocciato le nostre politiche migratorie votando un report in cui si sottolinea che sono semplicemente "sbagliate o controproducenti".
È questa l'Italia politica del 2013. Incapace di fare i conti con la realtà contemporanea, gestita da persone che farebbero danni anche nell'amministrare un condominio e a cui in troppi continuano a dare fiducia in maniera quasi dogmatica.

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