EDITORIALE
A volte serve una lunga analisi, tante letture e una lunga esperienza per capire cosa ci aspetterà. Il caso
dell'Italia e del suo folgorante governo tecnico è un esempio di come si possano prevedere gli eventi con un
po' di naso e un minimo di razionalità. Quasi venti anni di Berlusconi e soprattutto di involuzione criminale di
quella che un tempo era la sinistra hanno fatto sì che l'obiettivo in politica e non solo si sia spostato dalla
sostanza alla forma. D'altronde da gentaglia che un giorno dopo la fine dell'Unione sovietica sognava già un
mondo senza ideologia, lasciando in questo modo campo aperto a chi un'ideologia ce l'ha eccome ed è quella
del profitto e del capitale, ci si poteva aspettare. E così è accaduto che all'alba dell'anno 2012, in piena crisi
di sistema e senza avere un'idea di come questa si sia scatenata, tra le file dell'ex opposizione si è
cominciato a parlare di responsabilità, di credibilità internazionale agli occhi dei creditori, di spread che sale
e che scende. Quale soluzione migliore, viste queste parole d'ordine, di un noto professore legato con le
banche e con un passato in un'agenzia di rating. E così è stato. Viene quasi da ridere ripensando alla platea
di ciambellani che per giorni si sono lambiccati il cervello a spiegare che il cambio di stile era necessario,
che con la competenza e la sobrietà del nuovo governo l'Italia si sarebbe potuta salvare dal baratro. Si è
accorto nessuno che il famigerato spread è continuato a salire, anche dopo l'avvento di Monti, fino al giorno
dell'asta dei Btp italiani e che solo dopo ha cominciato a scendere? Ma queste non sono valutazioni da tenere
in considerazione nell'universo della responsabilità e del rigore. Ci è stato detto che era il momento di fare
sacrifici. Ma è stato toccato uno soltanto dei privilegi concessi al grande capitale? Qualcuno ha fatto sentire
il fiato sul collo alle banche o agli evasori con il conto nei paradisi fiscali? Si è parlato per giorni
dell'opportunità di applicare l'1 per mille di descudizzazione ai capitali all'estero, quasi si trattasse di
un'operazione di stampo socialista. D'altronde se i sacrifici a pensionati, lavoratori dipendenti e precari li
chiede una signora di grande stile che pure si commuove al solo pronunciare quella parola. Certo, dire
queste cose in un momento come questo, è veramente da irresponsabili. Bisogna capire che l'Italia era
sull'orlo del baratro e che grazie a questo governo adesso siamo quasi salvi. Più poveri, meno liberi, ma quasi
salvi. In realtà, qualcuno anche nelle fila dell'ex opposizione un po' la voce l'aveva alzata chiedendo più
sviluppo e più crescita. Insomma, non si può tagliare e basta. Gli è stato risposto, calma adesso arriva la fase
due. Ed eccoci alla fase due, dove la crescita diventa riduzione dei diritti sindacali e delle tutele lavorative.
E' a tutti evidente nello stesso universo della responsabilità e del rigore che per permettere la crescita
bisogna cancellare l'articolo 18, tagliare gli ammortizzatori sociali, puntare sulla flessibilità in uscita come
spiega il professor Ichino. Il dubbio è irresponsabile, e vecchio. Bisogna pensare fuori dagli schemi, “il posto
fisso è monotono”. A questo punto, bisogna dargliene atto, qualche sincero democratico è caduto dal pero,
ma il dissenso è rientrato nei ranghi: la responsabilità d'altronde è più importante.
Marxo

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