Anni di piombo
E’ certamente un caso che Prospero Gallinari sia nato a
Reggio Emilia. Come certamente lo è che in quella provincia,come in tutta
l’emilia e la romagna l’azione fascista prima, delle brigate nere e nazista poi
, la reazione degli agrari contro le lotte del movimento operaio e contadino
siano state particolarmente violente negli anni venti e sino alla liberazione.
E’ certamente un caso che il 7 luglio 1960 cinque compagni
iscritti al pci siano stati ammazzati dalle forze dell’ordine durante una
manifestazione contro la legge truffa di Tambroni e l’assalto fascista a Genova
per il congresso del Movimento Sociale Italiano.
E’ certamente un caso che tutti i poliziotti e carabinieri
inquisiti siano poi stati assolti.
E’ certamente un caso che Gallinari rompa, dopo quei fatti,
negli anni 60 con il Partito Comunista italiano.
E’ certamente un caso, che Gallinari sia vissuto in una
terra che ha visto fucilare i fratelli Cervi.
E’ certamente un caso che quei territori abbiano vissuto la
pacificazione repubblicana come rivoluzione tradita.
E’ certamente un caso che oggi a mensa l’addetta al
servizio, rivolta ad altra commensale,si alteri proferendo un sonoro vaff..
dichiarando “ io sono di li, l’internazionale la canto quando e dove mi pare,
ma vaff.. chiudano Predappio! “.
La storia non fa sconti, le br sono un capitolo drammatico
della storia italiana. L’errore di analisi politica che ne hanno determinato la
costituzione, il loro evolversi come vero e proprio gruppo di fuoco non trova
giustificazioni politiche. La violenza come pratica in se non trova
giustificazioni.
Eppure la ricostruzione dei fatti aiuterebbe un dibattito
serio su quegli anni ed anche sull’oggi.
Cosi ormai sono
conosciuti gli anni che vanno dai primi anni settanta alla metà degli anni
ottanta.
E’ una semplificazione , una rappresentazione scenica, che
coglie il senso comune ma non la storia ed il suo divenire concreto. Non che il
piombo non ci sia stato. Un piombo pesante, da destra e da sinistra. Ma il
piombo non era tutto. E’ difficile parlarne oggi ed in particolare scriverne,
l’equivoco è sempre dietro l’angolo, la libera interpretazione e la
strumentalizzazione sono ormai cosa comune, è toccato a Grassi per la semplice
partecipazione ad un funerale, figuriamoci a chi solleva dei dubbi ad una
interpretazione/ lettura semplificata di quegli anni decisivi per la storia
italiana e la dissoluzione della sinistra ( questa è la mia opinione). Con la
coscienza e l’umanità di oggi è fin troppo facile condannare come immorale l’omicidio,
è giusto ma è assolutamente insufficiente per ricostruire la storia. L’Italia è
l’unico Paese, in occidente ad aver conosciuto quel fenomeno, chiamato
terrorismo rosso per un tempo cosi lungo e densamente riempito di fatti di
sangue. La Germania ci insegue ad una bella distanza. Ma è anche l’unico paese
europeo che ha conosciuto in una dimensione così vasta il terrorismo di stato.
Uscivamo da un decennio travolgente ( gli anni sessanta ) ,
dentro ai quali una radicalità nuova veniva materializzandosi. Una radicalità
che cambiava costumi di vita, definiva
una nuova morale, altri comportamenti.
Anche una nuova radicalità sociale. Le esperienze, a partire
dalla fine degli anni 50 e poi per tutti i 60 delle esperienze di lotta
operaia, non solo salariale , ma di potere, hanno segnato quel tempo.
Il tema, maturato via via non era più solo quello del
sopravvivere, ma del come cambiare i rapporti di potere tra le classi, dentro e
fuori la fabbrica.
Il 68 e, fenomeno unico in Europa il 69 italiano questo
indicavano. Il 69 degli operai e degli studenti, generazioni diverse,
condizioni ed aspettative di vita diverse che si rappresentavano intorno ad uno
slogan divenuto famoso “ il potere deve essere operaio”.
E di fronte a quella domanda radicale lo Stato intervenne in
tutta la sua potenza e violenza.
Anche questo sono stati gli anni settanta.
La rivoluzione mancata, l’incapacità a leggere le nuove
forme di dominio e di potere , i nuovi processi della modernizzazione
capitalista : l’incapacità della sinistra e del pci di leggerli non è
irrilevante per capire cosa è successo dopo. Anche la vecchia “nuova sinistra”
oscillò, verrebbe da dire sinistramente. Arrivando a rappresentarsi, in alcune
delle sue componenti con un altro slogan famoso “ ne con lo Stato ne con le br
“ e dall’altra a tentare di rappresentare un movimento che di per se non era
rappresentabile ne voleva esserlo.
Una generazione, alla metà di quel decennio vide chiudersi
ogni speranza, la trasformazione non era più all’ordine del giorno, la scuola
un parcheggio, i vecchi valori non vivevano più, non erano più convincenti.
Aspettare un domani migliore dentro ad un oggi di cemento
non convinceva più.
La bara di cemento del compromesso storico fece il resto.
Quel movimento non fu rappresentato né fu capito.
Tutto e subito, senza mediazioni, apparve a molti come l’unica possibilità per sentirsi vivo Altri
scelsero la strada individuale o di piccolo gruppo : per molti la soluzione fu
tornare a casa, per alcuni la scelta fu l’atto esemplare per sollevare le
“masse “, l’atto esemplare di una azione che fosse riconoscibile e fuori dagli
schemi della politica e del potere.
Altri ancora scelsero il tener duro, riflettere su se stessi,
provare a ricostruire una idea di cambiamento oltre lo schema azione/reazione;
riconnettersi con una collettività, anche con le sue contraddizioni. Ma qui
siamo già all’inizio degli anni 80. Dentro la sconfitta provando a ripartire.
Ma non è negabile, almeno per me, che ci fu in quegli anni
un vasto movimento di consenso alla azione diretta, autonomia operaia ne fu
l’incarnazione. Tranciar via quella storia, come se non ci fosse stata non mi
pare una grande operazione politica. Né mi pare serva a capire il presente.
21/1/2013
Luca Ciabatti

Nessun commento:
Posta un commento