PER UNA NUOVA POLITICA E
ARCHITETTURA ISTITUZIONALE DEL GOVERNO DEMOCRATICO DEL CICLO DELL'ACQUA
PREMESSA
La mancanza di una compiuta architettura istituzionale per il governo
democratico del ciclo complessivo dell’acqua ha, nel nostro Paese ed in particolare
in alcune sue zone, profonde ragioni storiche.
Le più antiche e più difficili da superare derivano da quell’intreccio
di interessi che lega il sistema politico locale, alle forze della proprietà
fondiaria e della rendita, molto spesso limitrofa a forme di criminalità
organizzata, per giungere, più recentemente,
agli interessi legati alla opzione della forzata privatizzazione del servizio
idrico fino ai comportamenti dei singoli che tendono a considerare il
bene pubblico comunque disponibile a qualsivoglia uso.
Altre ragioni
sono determinate dalle interrelazioni sempre più strette e preoccupanti tra i
tre fondamentali beni comuni ambientali (aria, acqua, suolo), come conseguenza
dei cambiamenti climatici in atto che saranno all’attenzione della Conferenza
ONU di Durban del prossimo dicembre e di quella di Rio de Janeiro del 2012.
E’ infatti consapevolezza
diffusa la rilevanza strategica sul piano globale del tema delle risorse
idriche ripetutamente testimoniata da tutti i rapporti internazionali (da quelli
prodotti in sede ONU - IPCC -, a
quelli prodotti in ambito europeo -
rapporto Stern ecc. –
Questi temi e le
problematiche della conservazione e gestione della risorsa idrica sono state
affrontate a Stoccolma ,nell'ambito della settimana mondiale dell'acqua, lo
scorso mese di agosto 2011.
Le stime delle Nazioni
Unite, infatti, prevedono che entro il 2050 il 95% della crescita della
popolazione mondiale avverrà nell'ambito delle aree urbanizzate. Tutto ciò si
tradurrà in crescenti problemi di gestione del territorio, legati alla
fornitura di servizi, ai trasporti e alla mobilità per i cittadini, ma anche e
soprattutto in problemi di fornitura ed uso dell'acqua, non solo per gli usi
potabili e per le attività in ambito urbano, ma anche per i servizi igienici e
sanitari. Tutto ciò in prospettiva comporterà forti rischi di maggior conflitto negli
usi dell'acqua tra uso civile, agricoltura, industria e produzione energetica.
Detta conferenza si è
conclusa con l'approvazione di un documento comune ( Dichiarazione di Stoccolma
), indirizzata ai Capi di Stato e di Governo dei Paesi delle Nazioni Unite, con
particolare riferimento agli sviluppi della prossima conferenza mondiale sul
clima che si terrà a Rio de Janeiro nel 2012.
Tali obiettivi sono
l'aumento del 20% dell'efficienza nella produzione alimentare, dell'efficienza
negli usi dell'acqua in agricoltura, dell'efficienza negli usi dell'acqua per
la produzione di energia, della riutilizzazione dell'acqua attraverso il
riciclo e la depurazione delle acque di rifiuto. Oltre a ciò, si chiede la
riduzione del 20% dell'inquinamento delle acque attraverso la diminuzione delle
emissioni di sostanze inquinanti nei sistemi idrici.
Con questa prospettiva, i
firmatari della dichiarazione di Stoccolma chiedono, dunque, che si pongano
obiettivi concreti, partendo già dal 2020, in vista dell'attuazione di
un’adeguata strategia sulle risorse idriche.
Al fine di raggiungere
operativamente questi obiettivi, la dichiarazione contiene anche delle
richieste specifiche in materia di riforme istituzionali, regolamentari e
legali per la gestione integrata dell'acqua, dell'energia e della produzione
agroalimentare. Tali riforme, inoltre, dovranno essere adeguatamente
armonizzate nel contesto internazionale e compatibili con le diverse realtà
locali.
In tutti i suddetti
rapporti infatti, accanto ai gravissimi effetti ambientali e sociali, acquista
una sempre maggiore evidenza il peso anche economico dei cambiamenti climatici
in atto.
In questo contesto torna
ad essere di grande attualità, anche a causa dei danni prodotti dal Governo di centrodestra, la necessità
di incardinare il governo della risorsa idrica nel quadro di un’architettura istituzionale
condivisa nella quale più
compiutamente possa esprimersi la
qualità della direzione pubblica a garanzia di un bene prezioso per la
collettività.
Le finalità prioritarie da
perseguire riguardano, ad un tempo e nell’ordine, la tutela della risorsa – per
l’oggi e per il futuro –, del diritto dei cittadini all’accesso all’acqua
potabile, del deflusso vitale dei corsi idrici.
Il raggiungimento di
queste finalità comporta un intervento normativo profondo (ed in alcuni casi
radicale) lungo tutta la “filiera” dell’acqua, sia nella parte relativa
all’assetto idrogeologico e della
difesa del suolo (ex L 183/89),
sia in quella relativa alla tutela della qualità della risorsa ( ex
L152/99), sia nella gestione del servizio idrico integrato (ex L 36/94), e, anche alla luce dell'esito
referendario, sulla parte III del Dlgs 152/2006 (codice ambientale).
In più, sulla base di
queste stesse scelte di priorità, occorre ripensare alle implicazioni che la
sostenibilità comporta in tema di politiche industriali-energetiche e di
politiche agricole (che rappresentano la quota fortemente maggioritaria dei
consumi d’acqua).
Essenziale a questo fine
risulta la regolazione “a monte” della quantità, dei costi e delle condizioni
di utilizzo della risorsa in tutti i settori utilizzatori.
L’EUROPA
E IL BACINO DEL MEDITERRANEO
Individuare i livelli di
governo più efficaci è dunque, per tutti questi motivi, propedeutico alla
formulazione di una corretta cultura e politica dell’acqua capace di
intervenire in maniera compiuta sui nodi delle interdipendenze che
rappresentano le reali criticità del governo.
Troppo spesso infatti si
manifesta una preoccupante contraddizione tra le visioni globali ed un
pervicace e negativo localismo nel quale, soprattutto in Italia, si consuma il
vero e proprio fallimento della politica.
Questi livelli intermedi (comunemente definiti regionali) sono nel caso
dell’Italia essenzialmente due.
Il primo – sul piano
nazionale – è quello del bacino idrografico.
Il secondo – sul piano
della cooperazione internazionale – è, per il nostro Paese, costituito
dall’Europa e dal bacino mediterraneo.
Italia, Europa e Mediterraneo rappresentano infatti oggi, per molteplici
ragioni, il “luogo” nel quale affrontare il tema del governo dell’acqua.
“L’acqua intorno al Mediterraneo” è una espressione che vuole
indicare questo “luogo” nel quale si intrecciano più temi: quelli di un nuovo paradigma
dell’acqua (e del nuovo modello di cooperazione internazionale che vi è
sotteso), con quelli del ruolo che nei processi di globalizzazione in atto
intendiamo assegnare all’Unione Europea ed, in questo quadro, ad un Paese mediterraneo come l’Italia.
Sono ben noti del resto i
motivi che stanno mettendo in crisi il modello di derivazione neo-coloniale
(che si è storicamente coniugato significativamente con l’approccio del cosi
detto “strutturalismo idraulico”).
Tra questi sono contemporaneamente ricorrenti quelli più propriamente
ambientali (insostenibilità del prelievo, crisi oltremodo diffusa degli
ecosistemi dell’acqua, drastica riduzione dei livelli di qualità della
risorsa), quelli sanitari (strettamente connessi ai livelli di inquinamento),
quelli sociali (che coinvolgono drammaticamente intere popolazioni e denunciati
a più riprese dai movimenti sociali ed ambientali ( in India come in Cina e Sud
America), e quelli infine di natura strettamente democratica ed istituzionale
(sia sul piano dell’inefficienza che in quello della “irresponsabilità
autoritaria” di troppe istituzioni statuali ed internazionali).
Proprio l’Unione Europea
di conseguenza deve, ad avviso della Cgil, svolgere un ruolo fondamentale per
l’affermazione di nuovi paradigmi di governo dell’acqua sul piano locale e globale
radicalmente alternativi alle politiche perseguite negli ultimi decenni dal
Fondo monetario e dalle multinazionali.
Ed è proprio questa
consapevolezza che, sulla spinta fondamentale dei movimenti sorti sul tema
dell’acqua come bene comune dell’umanità, si sta faticosamente (e
contraddittoriamente) affermando nei Paesi dell’Unione.
E’ il caso della Direttiva
del Parlamento e del Consiglio dell’Unione europea 23 ottobre 2000, n. 2000/60
- dedicata all’istituzione di un quadro per l’azione comunitaria in materia di
acque – sull’attuazione della quale l'Italia è ritenuta in forte ritardo.
Ma, di fronte alle mille
contraddizioni che investono l’Europa (ambivalente e addirittura schizofrenica
tra Direttive ambientali e Piani di Azione di vasto respiro da un lato e
logiche ed assetti monopolistici -che continuano a condizionare negativamente
le politiche dell’Unione-
dall’altro) l’Italia risulta completamente assente.
Il vero problema del Paese a questo livello è infatti non solo la
sottovalutazione di una vera politica dell’acqua e di una visione strategica
nell’area ma anche e forse soprattutto, l’assenza contestuale sia di soggetti
istituzionali forti ed autorevoli capaci di agire il livello internazionale sia
di soggetti industriali, adeguatamente dimensionati, capaci di avanzare
proposte e di impostare validi programmi di cooperazione nel quadro delle nuove
politiche europee che si vanno faticosamente ma decisamente affermando.
Così l’Italia (a differenza di altri Paesi come Francia e Spagna ed
addirittura Grecia) rischia di rimanere esclusa dalle ingenti risorse per la
cooperazione mediterranea di lungo periodo nonché di finanziamenti della ricerca del VII Programma
Quadro anche in quei settori (come il risparmio idrico in agricoltura) nei
quali il Paese potrebbe vantare un relativo vantaggio competitivo ed alcune
strutture di eccellenza.
In questo modo le ragioni che sono alla base dell’assenza dell’Italia
dalla scena internazionale sono le stesse che segnano il grave ritardo del
Paese di fronte agli scenari, ambientali, sociali e produttivi che si vanno
definendo per i decenni a seguire come conseguenza soprattutto dei cambiamenti
climatici e della crisi economica e finanziaria lungi dall'essere superata.
L’attuale corto circuito della politica inoltre rischia di aggravare
fortemente una situazione che potrebbe avere nell’immediato futuro conseguenze
pesanti non solo sugli assetti sociali e produttivi ma finanche sul reddito
delle famiglie per il peso rilevante che gli investimenti necessari nel settore
(circa 60 mld/€ in 30 anni), assommati a quelli del settore dei rifiuti (circa 5 mld/€ entro il 2012) e di
tutto l’insieme dei Servizi Pubblici Locali possono assumere attraverso le
tariffe sulla stessa politica dei redditi.
Di fronte a questo scenario il pericolo maggiore che si possa correre è
l’eccesso di semplificazione.
Ricostruire la cultura di
governo dell’acqua implica la capacità di operare scelte di grande complessità
in ragione del caleidoscopio di interessi che il bene in sé richiama alla
ribalta: sia perché trattasi di una risorsa scarsa e di non agevole fruizione
anche per molti popoli che si affacciano al Mediterraneo, sia perché il bene è
essenziale alla vita delle persone ed a molte attività produttive, sia perché
trattasi di un bene di natura la cui fruizione è da molti configurata come
appropriazione esclusiva e non come utilizzazione parziale o temporanea a
seguito della quale occorre che il bene ritorni alla natura, o secondo altri
nella disponibilità collettiva ad uso di altre fruizioni, sia perché l’uso
dell’acqua è stato oggetto di rilevanti modificazioni nel tempo, con
riferimento sia alle necessità umane sia a quelle produttive, per quantità e
qualità.
L’AUTORITA’
DI GOVERNO
E’ del tutto evidente come
nella nuova architettura istituzionale dovrà innanzitutto emergere con forza la
centralità (peraltro già indicata dalla legge 183/89 ed imposta dalla Direttiva
2000/60 dell’UE malamente recepita dal Governo Berlusconi con il codice
ambientale), dei distretti idrografici.
I compiti primari dei
distretti idrografici devono riguardare ad un tempo il governo del rapporto
suolo/acqua, che molto spesso si presenta in termini confliggenti e da cui
dipende la sicurezza del territorio e dei cittadini a partire dalle politiche
di prevenzione e mitigazione dei danni. In questa direzione dovrà essere
potenziato il coordinamento fra le Regioni e gli EE.LL. Appartenenti al
distretto, così come gli spazi di consultazione democratica dei portatori di
interesse previsti dalle direttive 2000/60 e 2007/60.
In questo quadro assume
rilevanza strategica la definizione del bilancio idrico, cioè la valutazione
della quantità e qualità della
risorsa, nonché la decisione, d’intesa con le Regioni, delle quantità, dei
meccanismi e delle condizioni della ripartizione e dell’uso dell’acqua in tutti
i settori di consumo della risorsa come strumenti fondamentali ai fini e della
efficienza sociale e
dell’efficienza delle gestioni in tutti i settori di uso della risorsa.
In quest'ambito dovrà essere valutato e definito il sistema integrato delle
tariffe, secondo i diversi usi.
UNO SGUARDO D’INSIEME: L’ACQUA DOLCE NEGLI USI INDUSTRIALI, AGRICOLI E
CIVILI
L’obiettivo prioritario
della CGIL è quello di unificare le politiche dell’acqua in tutti i
settori superando l’attuale frantumazione regolativa mantenendo l'unicità del
ciclo dell'acqua attraverso un assetto industriale integrato dei processi della
captazione, trasporto, potabilizzazione, distribuzione e depurazione .
L’Italia, come tutti gli altri paesi europei, presenta infatti una netta
rilevanza degli usi agricoli-industriali rispetto agli usi civili (il
fabbisogno idrico è calcolato in 20 mld di m3/anno per il solo
settore irriguo a fronte di 8 mld di m3/anno per il civile e
l’industriale).
Una politica rigorosa ed efficace per il risparmio, ed in particolare
l’uso di cicli chiusi nell’industria e di acque depurate in agricoltura,
potrebbero determinare un recupero della risorsa calcolato tra il 25 ed il 30%.
Attualmente le tariffe (o comunque i costi dell’acqua sopportati dai
produttori agricoli ed industriali) risultano generalmente di tipo FLAT - nel
settore agricolo calcolate per ettaro - senza, con tutta evidenza, alcun
criterio di carattere allocativo.
Vanno contestualmente assunte in questi settori di utilizzazione
ulteriori misure interne e di contesto alla regolazione, in particolare sui
meccanismi incentivanti/disincentivanti e sulla ridefinizione dei canoni di
concessione e di derivazione dell’acqua ivi compresa, per ovvi motivi, quella
minerale.
In un quadro di gestione
d’insieme dell’acqua dolce è ben possibile che sia necessario procedere a
rilevanti investimenti infrastrutturali, ma al tempo stesso non si può
escludere che sin da subito i consorzi irrigui possano nel breve periodo
offrire acqua non potabile per uso non industriale o agricolo, con
implementazione fisica e destinazione uso domestico non potabile di realtà
infrastrutturali di peso rilevante nel nostro paese. Certo in una gestione a regime
si potrebbe pervenire a creare vere e proprie autostrade dell’acqua dolce, dopo
avere riportato finalmente a
coerenza la disciplina di settore, con soluzioni che consentano di
percentualizzare le valutazioni dei costi delle infrastrutture plurime (acquadottistiche
e/o di depurazione) che servono due o tre usi ed assegnare coerentemente i
gravami di spesa.
Il risparmio nell’uso
dell’acqua a fini agricoli o industriali troverebbe una interessante
alternativa nell’uso umano non
potabile, rendendo possibile l’avvio di politiche agricole mirate,
tracciabili e selettive e capaci ad un tempo di rispondere in via generale
all’esigenza di risparmio e tutela della risorsa (a partire dalla sostituzione
dell’irrigazione a pioggia con quella a goccia).
Minori ostacoli potrebbero
ricevere i progetti di ricerca e le azioni per il riuso di acque reflue a scopi
d’irrigazione, con possibilità di favorire il trasferimento tecnologico in
tutto il settore.
La cultura di un corretto
uso dell’acqua dolce – che contempla ma non si esaurisce nella lotta agli
sprechi, apre nelle relazioni internazionali alla politiche di mutuo aiuto ed
assistenza alle popolazioni che si affacciano sul Mediterraneo con tecnologie
capaci di fare fronte ai processi di desertificazione che investiranno nei
prossimi decenni anche alcune regioni del meridione dell’Unione europea,
comprese alcune del nostro Mezzogiorno.
In tale contesto assume rilevo la riforma dei Consorzi di Bonifica
(CdB), definendone tra l’altro ruoli e funzioni in coerenza con le
determinazioni degli organismi di governo della risorsa idrica.
Ciò significa in
particolare ridefinire il concetto di bonifica, i compiti dei Consorzi rispetto
alla tutela e salvaguardia del territorio e delle acque in armonia con quanto
previsto dalla legge 183 del 1989, rendere più cogenti le funzioni di vigilanza
e controllo da parte delle Regioni
sia sul versante dell’uso e delle attribuzioni della risorsa sia su quello del
governo degli stessi Consorzi. Di questi ultimi andrà meglio definito il rapporto
con i compiti e le funzioni delle autorità di distretto.
In questo contesto la CGIL
ritiene che una delle più grandi opere pubbliche di cui il Paese necessita, sia
la messa in sicurezza del territorio. Ciò passa attraverso una maggiore
Governance da parte dei soggetti
deputati, redigendo un grande progetto nazionale che metta al centro la difesa
del suolo e la salvaguardia dell'assetto idro-geologico troppe volte violato da
incuria e da politiche urbanistiche selvagge. All'uopo, la Cgil propone di emanare
tempestive e precise disposizioni che consentano a Comuni e Regioni di poter
disporre di risorse per interventi tesi a prevenire rischi idro-geologici e
poter utilizzare tali risorse fuori dal patto di stabilità.
In questo senso la CGIL
pone il problema di una Governace complessiva del sistema, in quanto la
costituzione dei Distretti Idrografici (fissati nel numero di 8 ), vanno resi
funzionati ed operativi in netta connessione con gli ATO al fine di unificare
il sistema.
Nel settore industriale poi occorre superare l’attuale modello di
auto-approvvigionamento nel quale, tra l’altro, risultano fortemente sussidiati
i costi di depurazione (in buona parte attraverso contributi pubblici e/o
ripiani dei costi di gestione degli impianti).
In questo caso l’operazione
da svolgere è, di fatto, indicata dalle stesse norme positive.
La legge 36/94 prevedeva infatti che anche i servizi industriali
avrebbero dovuto confluire nel servizio idrico integrato mentre il D.Lgs 152/99
“Sulla tutela delle acque” prevedeva la promozione di accordi e contratti di
programma “con i soggetti economici interessati “con la possibilità di
ricorrere a strumenti economici ed agevolativi” indirizzati al risparmio (ciclo
chiuso) ed al riuso (agricoltura) di una quantità rilevante delle risorse.
Su questo punto il ritardo gravissimo è a carico dei Comuni e degli ATO
che troppo spesso ignorano gli spazi di iniziativa che gli strumenti normativi
pongono a loro disposizione.
Per questo motivo particolare rilevanza assume da ultimo la proposta di
assegnare alle Ato la titolarità piena delle politiche dell’acqua ad uso
industriale nonché la proposta, collegata, della trasformazione delle attuali
Aree industriali (ASI) in AEA (Aree Ecologicamente Attrezzate).
In
questo contesto occorre valutare la possibilità della istituzione di una
Autority nazionale di controllo, indirizzo e vigilanza.
I
GESTORI DI GRANDI ADDUZIONI
L’evoluzione può portare a
discutere dell’introduzione nell’ordinamento della regolazione della grande
fornitura di acqua con la contestuale ridefinizione di un sistema tariffario
improntato al criterio della progressività favorendo non da ultimo l’avvio di
un piano straordinario ed immediato di investimenti utile a porre termine nel
medio periodo alla dispersione idrica delle reti.
Questo criterio può
consentire infatti non solo di meglio calcolare l’efficienza dei gestori in
tutti i diversi comparti considerati ma anche di introdurre nelle politiche
tariffarie meccanismi fondamentali per l’incentivazione del risparmio idrico nonché
del ciclo chiuso e del riuso/riciclo della risorsa.
LE REGIONI E LA TUTELA DELLA QUALITA’ DELLA RISORSA
Allo stesso modo si rende immediatamente indispensabile l’adozione di un
Programma nazionale per incentivare gli investimenti nelle infrastrutturazioni
necessarie alla gestione delle reti d’acqua dolce con conseguente riduzione
della dispersione idrica nell’idrico civile da affidare interamente alla
responsabilità delle Regioni.
Questo programma deve assumere l’obiettivo della riduzione delle attuali
perdite ad un livello accettabile (nell’ordine del 15% dell’acqua addotta) e
consentire in tempi ragionevoli di “portare l’acqua in tutte le case”.
Va osservato sul punto che il costo relativamente dell'operazione è di
entità modesto e potrebbe evitare alcuni degli sperperi
consumati nei due precedenti settennati di programmazione (dal 1994) dei fondi
strutturali rispetto ai quali peraltro vanno radicalmente modificati i criteri
di valutazione degli investimenti e dei meccanismi di premialità secondo le linee
definite nel documento.
Con uguale carattere di
urgenza si pone l’esigenza di attivare programmi regionali tesi a garantire la
qualità della risorsa, avviando da subito un vasto programma di bonifica di
tutte quelle situazioni che rischiano di compromettere in via definitiva la
salubrità delle falde e quindi la potabilità della risorsa.
Si ritiene inoltre
necessario il potenziamento a livello regionale dei “servizi per la
manutenzione dei versanti e dei corsi d’acqua” al fine di garantire la risorsa
e la sicurezza dei cittadini dai ricorrenti fenomeni franosi ed alluvionali.
In questo modo la
manutenzione deve costituire lo strumento ordinario e permanente delle
politiche di prevenzione e mitigazione del danno a cui deve essere associata la
piena responsabilità dei soggetti pubblici e privati.
IL GESTORE DEL SERVIZIO IDRICO
Nel
modello ipotizzato i soggetti gestori delle grandi adduzioni e trasferimento
d’acqua risultano configurati, per la natura stessa dei loro compiti
istituzionali, come Enti di diritto pubblico (operanti sulla base della nuova
disciplina sugli appalti pubblici di opere, forniture e servizi).
In
questo quadro, per il fatto di essere risorsa indispensabile alla vita,
limitata in natura e per la quale va garantita l’accessibilità in termini
universali, va considerata bene comune fondamentale e, dunque, di proprietà e
gestione pubblica, al pari della salute, istruzione e sicurezza.
Il
servizio idrico va sottratto alle logiche di mercato e fatto rientrare nella
potestà degli Enti Locali che l'organizzeranno dentro percorsi e modalità
improntate alla democrazia partecipativa degli attori in campo. La sua gestione
va affidata ad Enti di diritto pubblico: ciò impegna la CGIL, dove si siano
fatte altre scelte, a costruire percorsi coerenti con quest’obiettivo.
L’importanza
del bene comune acqua esige un suo uso razionale e attento, perciò la Cgil si
impegnerà affinché sia garantita maggiore efficacia, efficienza e qualità del
servizio e un contenimento delle tariffe, soprattutto per gli usi domestici e
le fasce deboli dei cittadini.
L’attività
del gestore del SII sarà così finalizzata nell’ordine agli obiettivi di
efficientizzazione ordinaria delle reti, ai risparmi economici derivanti dalla
riduzione dei consumi (da dividere con le famiglie attraverso meccanismi di
riduzione tariffaria già avviati in alcune Regioni ) nonché all’attuazione dei
programmi di infra-strutturazione ambientale dei territori.
La confederazione non ha
la velleità di pretendere che il Governo assuma come propria la battaglia per
riaffermare il valore dei beni comuni o l'idea che i servizi pubblici locali
sono appunto in primo luogo servizi destinati ai cittadini e non mercati
potenziali. Ma chiediamo al governo e al parlamento di rispettare la netta
indicazione arrivata da oltre 27 milioni di italiani con il voto al referendum.
Perciò riteniamo che le norme, peraltro surrettizie, inserite nelle varie
manovre delle ultime settimane siamo a palese rischio di incostituzionalità
proprio perché non rispettano la pronuncia popolare. Non è accettabile che il
Governo torni ad imporre una forzata preferenza per i privati nell'ambito dei
servizi pubblici locali e che si spinga fino ad immaginare una sorta di premio
per gli enti che dismettono le proprie attività.
L'esito referendario ha
visto la maggioranza dei cittadini italiani esprimersi in modo netto e chiaro;
a questo esito la CGIL autonomamente si atterrà e lavorerà perché quest’esito
sia rigorosamente rispettato.
Uno dei segnali che non
possiamo non cogliere è quello della domanda di partecipazione. Sperimentare
forme di coinvolgimento attivo dei
cittadini da determinarsi sui singoli territori sulle scelte di fondo è un modo di cogliere la domanda di
partecipazione e, per quanto attiene il ruolo dei lavoratoti e lavoratrici, prevedere
forme di partecipazione e vigilanza attraverso la creazione di Consigli di
Sorveglianza atti a valorizzare il ruolo della contrattazione all'interno dei
singoli gestori.
Il nuovo d. l. 13 agosto
2011, n. 138, convertito in l. 14 settembre 2011, n. 148 eccettua il servizio
idrico integrato dalla nuova disciplina sulle forme di gestione, che per gli
altri servizi pubblici locali ritorna ad un’ obbligo alla privatizzazione(art.
4).
In questo quadro è utile ricordare che la Corte
Costituzionale con la sentenza del 26 gennaio 2011, n. 24, che ammette il
referendum sulla disciplina le forme di gestione dei servizi pubblici locali ha
cura di precisare due elementi essenziali:
A) dall'abrogazione
dell'art. 23 bis “non conseguirebbe alcuna reviviscenza delle norme abrogate da
tale articolo”;
B) si afferma un'immediata
applicazione “nell'ordinamento italiano della normativa comunitaria”,
comunque meno restrittiva rispetto a quella oggetto di referendum.
Il
ritorno ad una gestione pubblica richiede però alcuni antidoti quali:
Ø
una netta distinzione fra ruoli e compiti della politica e quelli del soggetto
gestore in maniera tale che alla politica venga assegnato il ruolo della
programmazione, l'indirizzo ed il controllo, riservando al soggetto gestore la
responsabilità di perseguire, senza escursioni affaristiche -clientelari le
finalità relative alla gestione industriale del servizio secondo criteri di
economicità, efficienza, qualità, sicurezza e trasparenza nel pieno adempimento delle indicazioni
dell'autorità di bacino ;
Ø
la normalizzazione della contabilità industriale;
Ø
la piena e trasparente disponibilità dei dati gestionali
ed economico-finanziari;
Ø
la fissazione di obbiettivi di qualità del servizio e di
costi standard;
Ø
la misurazione pre, durante e post delle performance degli amministratori
e dei manager rispetto agli standard;
Ø
relative e adeguate sanzioni in mancanza di rispetto degli
obbietti standard.
Ovviamente,
l’approdo ad una gestione del servizio idrico realmente pubblica, tramite Enti
di diritto pubblico, può essere realizzata entro un nuovo quadro legislativo
che favorisca tale processo e con la gradualità che discende dalla differenti
situazioni relative alle attuali forme di gestione. Da questo punto di vista,
la CGIL apprezza le linee guida della proposta di legge di iniziativa popolare
promossa dal Forum Italiano Movimenti per l’Acqua e su cui nel 2007 si
raccolsero più di 400.000 firme.
La
CGIL, allo stesso modo e con lo scopo di rendere credibile i percorsi che
riguardano le nuove forme di gestione pubblica, ed in particolare per quanto
attiene le multiutilities,ritiene opportuna una specifica riflessione
sull'esperienza sin qui maturata, che sappia cogliere e valorizzare gli aspetti
positivi presenti in esse, tenuto conto che il tema è complesso in quanto
riguarda assetti gestionali dove sono presenti soggetti privati, e dall'altro,
ragioni sul rischio del prevalere di logiche di finanziarizzazione e
deterritorializzazione che si sono manifestate e si possono maggiormente
manifestare, anche in presenza dell'attuale confusione legislativa.
Questa
riflessione è tanto più necessaria a fronte della diversità dei contesti delle tipologie e delle
dimensioni del servizio nella stessa esperienza delle Multiutilities, avendo
comunque come riferimento lo scoraggiamento delle logiche speculative e delle
logiche economiche di breve periodo .
Nell’immediato,
siamo comunque contrari alla vendita sul mercato di pacchetti azionari in tutte
le forme che possano pregiudicare o indebolire la maggioranza pubblica, così
come a ventilate ipotesi di dar vita ad agglomerati di grandi dimensioni tali da sfuggire all’intervento dei
soggetti istituzionali e regolatori previsti a livello regionale e
territoriale.
UN NUOVO CICLO DI INVESTIMENTI PER
IL SERVIZIO IDRICO
Sempre
la Corte Costituzionale, con la sentenza del 26 gennaio 2011, n. 26, che
ammette il referendum sulla remunerazione del capitale, rileva altri due punti
fondamentali:
A)
attraverso l’abrogazione parziale del comma 1 dell’art.
154 “si persegue, chiaramente, la finalità di rendere estraneo alle logiche del
profitto il governo e la gestione dell’acqua”;
B)
si afferma che “ la normativa residua, immediatamente
applicabile, non presenta elementi di contraddittorietà”.
C)
Va da sé che tale esito, necessariamente rispettoso del
pronunciamento referendario, evidenzia con ancora maggior forza la necessità
che si appronti un nuovo percorso e nuove strumentazioni per garantire gli
ingenti investimenti di cui il servizio idrico abbisogna ( circa 60 mld. euro
nei prossimi 30 anni). Infatti, uno dei punti nodali e irrisolti dei servizi
pubblici locali è la carenza di investimenti strutturali, che occorre mettere
in campo per superare la vetustà (es. degli acquedotti) o l'inadeguatezza delle
strutture alle nuove esigenze
Una
prima innovazione utile consiste nell’approntare forme di finanziamento degli
investimenti da parte dei cittadini: si può pensare che gli Enti Locali e/o
i soggetti gestori possano emettere obbligazioni, ad esempio gli
idro-bond, offrendole ai residenti o utenti che vedrebbero perciò per i propri
risparmi una valida alternativa di investimento sul mercato cosiddetto
impersonale ed al tempo stesso con un duplice interesse: quello di una
percentuale dovuta al prestito di danaro a condizione che eventuali rendite economiche
provenienti da tali investimenti ritornino sul territorio in termini di investimenti
infrastrutturali visibili e perciò maggiormente verificabili e controllabili.
Non si tratta di modificare il modello gestionale, ma di promuovere forme di
finalizzazione del risparmio e di partecipazione per il potenziamento/
ammodernamento delle infrastrutture e per il miglioramento del servizio.
In questo modo si offre
protezione alla quota di reddito dei cittadini destinata al risparmio, nonché
un ritorno sul territorio degli investimenti infrastrutturali che migliorano la
qualità della vita degli stessi e di tutti.
Inoltre,
è possibile ragionare sull’intervento di un nuovo ruolo della finanza pubblica,
ad esempio attraverso un ruolo attivo della Cassa Depositi e Prestiti, cosi
come non va escluso l'impegno della fiscalità generale, ad esempio con la
istituzione di una tassa di scopo.
Un nuovo ciclo di
investimenti nel servizio idrico e nell’insieme del ciclo idrico, con le sue
connessioni con le questioni dell’assetto idrogeologico del Paese può, inoltre,
svolgere un’importante funzione anticiclica rispetto all’attuale situazione
economica. Infatti il Sistema Idrico Integrato non può essere visto solo dal punto di
vista regolatorio e sociale, occorre innescare un processo di
industrializzazione del ciclo delle acque ed i relativi interventi per la
difesa del suolo.
Tutte
le statistiche e gli indicatori prevedono 70.000 posti di lavoro annui per la
manutenzione ordinaria dei bacini idrografici in grado anche di sviluppare la
capacità auto depurativa dei corsi d'acqua: Per la manutenzione della rete
idrica e la creazione di un sistema efficiente di depurazione gli investimenti
previsti sono di alcune decine di miliardi di euro, considerando che ogni miliardo
attivato e investito produce dai 10 ai 15.000 nuovi posti di lavoro essa, per
la CGIL, è una priorità che non può più attendere
I
SISTEMI DI REGOLAZIONE
Tra le questioni della
regolazione poi vanno richiamate quelle relative agli assetti della cooperazione
istituzionale, alla redistribuzione dei carichi fiscali e tariffari, ai sistemi
di regolazione, controllo e sanzionatori dei comportamenti scorretti dei
soggetti gestori , alle regole ed ai poteri effettivi della partecipazione non
di un indistinto popolo di utenti ma ma dei cittadini, dei lavoratori e
delle loro forme di rappresentanza, agli obiettivi infine della ricerca e
poi del trasferimento tecnologico e delle competenze di gestione, della
competitività e dei soggetti industriali capaci di reggere gli obiettivi della
nuova cooperazione internazionale.
Tra queste proposte ve ne
sono alcune che assumono una particolare rilevanza.
La principale riguarda in
particolare la necessità di rafforzare, sia sul piano del governo di Bacino sia
su quello della gestione del SII le strutture, i contenuti, gli strumenti ed i
poteri della partecipazione democratica.
In questa direzione va la
proposta di estendere in tutto il Paese
e lungo tutta la filiera dell’acqua (dalla L. 183/89 alla L. n. 36/94 al
D.lgs. 152/2006) l’esperienza dei Comitati di Consultazione facendogli assumere
ruoli e competenze (e dotazioni) di veri e propri Advisor sociali con poteri
non solo di verifica della qualità del servizio, ma anche di controllo sociale
sugli investimenti e sulle rendicontazioni delle gestioni, così come vanno
messe a punto le forme di partecipazione dei cittadini e dei lavoratori e
lavoratrici nella gestione, verifica e controllo delle scelte dei soggetti
gestori.
Ai fini invece di una
nuova regolazione di tutta la materia, una particolare rilevanza riveste
l’introduzione nel minimo vitale garantito giornaliero per l’acqua potabile
assicurato ad ogni cittadino come diritto incomprimibile.
Considerato il peso finanziario (calcolato in circa 800
mln/€/anno nell’ipotesi di 50/l/prodie/procapite), nonché il valore della
misura rivolta nel contempo al riconoscimento del diritto ed all’educazione al
consumo responsabile della risorsa, si prevede, accanto alla indispensabile
tutela della fasce deboli, che tale peso incida sulla fiscalità generale con le specifiche
sopra richiamate, nonché sulla tariffa attraverso l’introduzione di
una forte progressività soprattutto per gli usi impropri (golf, piscina,
eccesso di consumo etc.) ed in tutti i settori (civile, industriale ed agricolo).
A tal fine si rende
necessario definire il concetto di tariffa e delle voci che la compongono.
La tariffa costituisce il
corrispettivo del Servizio Idrico Integrato, l'Autorità è tenuta a definirne la
determinazione sia per gli usi civili che per quelli industriali nonché le
modalità per la sua revisione periodica tenendo conto :
·
della qualità del servizio e dell'uso razionale della
risorsa, prevedendo sanzioni e penalizzazioni per gli usi impropri e per gli
sprechi;
·
del costo delle opere e degli interventi di manutenzione
ordinaria e straordinaria;
·
dei costi di gestione delle opere e degli impianti;
·
dei contributi ai costi di gestione delle aree di
salvaguardia, ai costi necessari a garantire la cura del territorio, la
manutenzione dei bacini idrografici e la tutela dei corpi idrici, in
particolare nei territori montani;
·
della quota della tariffa da destinare agli investimenti;
·
prevedere procedure e metodi che incentivino il risparmio
idrico e l'uso efficiente delle risorse idriche.
Al
fine di attuare i processi di trasferimento delle gestioni, anche con
l'obiettivo di un riequilibrio territoriale tra Nord-Centro e Sud , la CGIL
propone la istituzione di un Fondo Nazionale per il Servizio Idrico Integrato.
Il Fondo andrebbe finalizzato a finanziare gli investimenti proposti dalle
assemblee d'Ambito nei limiti delle risorse finanziarie derivanti dalle
quote della tariffa del servizio idrico integrato con quote aggiuntive
derivanti anche da risorse a carico del bilancio dello Stato.
CONCLUSIONI
In conclusione le proposte
che si avanzano vorrebbero
rappresentare un contributo ad una discussione un po’ meno asfittica che deve
riguardare ad un tempo i principali obiettivi che il Paese deve necessariamente
perseguire: l’affermazione dell’acqua come bene comune, la sua tutela per le
generazioni future, la lotta incombente alla desertificazione e la necessaria
industrializzazione dei servizi idrici.
Ciò che comporta come si è
visto l’adozione, qui ed ora, non solo di politiche istituzionali, ma anche di
politiche industriali ed agricole profondamente rinnovate.
Una
disponibilità senza preconcetti per affrontare le questioni
post-referendum non può
significare semplicemente prenderne atto, ma ragionare su proposte di riforma
di politiche e gestione della risorsa.
Per
la CGIL le questioni centrali sono:
il
definitivo riconoscimento del valore pubblico dell'acqua e delle infrastrutture
idriche;
la
proprietà e gestione realmente pubblica del servizio idrico;
la
valutazione più attuale del costo della risorsa anche nell'ottica di un uso più oculato; il controllo, la
tutela, la valorizzazione, il risparmio della risorsa idrica da utilizzare con
criteri di solidarietà, anche salvaguardando aspettative e diritti delle
generazioni future, facendo riferimento al patrimonio ambientale; la
necessità di investimenti certi
che non gravino in maniera eccessiva e/o totale sulla tariffa a carico dei
cittadini; la definizione di un rigoroso meccanismo di controllo sulla qualità
dell'acqua; la costituzione di un'autorità terza, indipendente e a tutela
dell'interesse pubblico che vigili proprio sull'andamento delle tariffe in
rapporto alla qualità dei servizi erogati e alla loro efficienza, la
costruzione di forme di partecipazione attiva che consentano un ruolo dei
cittadini e dei lavoratori e lavoratrici nelle scelte relative alla gestione
della risorsa e del servizio idrico.

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