lunedì 13 febbraio 2012

Documento Ufficiale CGIL su Acqua Bene Comune


PER UNA NUOVA POLITICA E ARCHITETTURA ISTITUZIONALE DEL GOVERNO DEMOCRATICO DEL CICLO DELL'ACQUA


PREMESSA

La mancanza di una compiuta architettura istituzionale per il governo democratico del ciclo complessivo dell’acqua ha, nel nostro Paese ed in particolare in alcune sue zone, profonde ragioni storiche.
Le più antiche e più difficili da superare derivano da quell’intreccio di interessi che lega il sistema politico locale, alle forze della proprietà fondiaria e della rendita, molto spesso limitrofa a forme di criminalità organizzata,  per giungere, più recentemente, agli interessi legati alla opzione della forzata privatizzazione del servizio idrico fino ai comportamenti dei singoli che tendono a considerare il bene pubblico comunque disponibile a qualsivoglia uso.
Altre ragioni sono determinate dalle interrelazioni sempre più strette e preoccupanti tra i tre fondamentali beni comuni ambientali (aria, acqua, suolo), come conseguenza dei cambiamenti climatici in atto che saranno all’attenzione della Conferenza ONU di Durban del prossimo dicembre e di quella di Rio de Janeiro del 2012.

E’ infatti consapevolezza diffusa la rilevanza strategica sul piano globale del tema delle risorse idriche ripetutamente testimoniata da tutti i rapporti internazionali (da quelli prodotti in sede ONU -  IPCC -, a quelli prodotti in ambito europeo -  rapporto Stern ecc. –
Questi temi e le problematiche della conservazione e gestione della risorsa idrica sono state affrontate a Stoccolma ,nell'ambito della settimana mondiale dell'acqua, lo scorso mese di agosto 2011.
Le stime delle Nazioni Unite, infatti, prevedono che entro il 2050 il 95% della crescita della popolazione mondiale avverrà nell'ambito delle aree urbanizzate. Tutto ciò si tradurrà in crescenti problemi di gestione del territorio, legati alla fornitura di servizi, ai trasporti e alla mobilità per i cittadini, ma anche e soprattutto in problemi di fornitura ed uso dell'acqua, non solo per gli usi potabili e per le attività in ambito urbano, ma anche per i servizi igienici e sanitari. Tutto ciò in prospettiva comporterà forti rischi di maggior conflitto negli usi dell'acqua tra uso civile, agricoltura, industria e produzione energetica.
Detta conferenza si è conclusa con l'approvazione di un documento comune ( Dichiarazione di Stoccolma ), indirizzata ai Capi di Stato e di Governo dei Paesi delle Nazioni Unite, con particolare riferimento agli sviluppi della prossima conferenza mondiale sul clima che si terrà a Rio de Janeiro nel 2012.
Tali obiettivi sono l'aumento del 20% dell'efficienza nella produzione alimentare, dell'efficienza negli usi dell'acqua in agricoltura, dell'efficienza negli usi dell'acqua per la produzione di energia, della riutilizzazione dell'acqua attraverso il riciclo e la depurazione delle acque di rifiuto. Oltre a ciò, si chiede la riduzione del 20% dell'inquinamento delle acque attraverso la diminuzione delle emissioni di sostanze inquinanti nei sistemi idrici.
Con questa prospettiva, i firmatari della dichiarazione di Stoccolma chiedono, dunque, che si pongano obiettivi concreti, partendo già dal 2020, in vista dell'attuazione di un’adeguata strategia sulle risorse idriche.
Al fine di raggiungere operativamente questi obiettivi, la dichiarazione contiene anche delle richieste specifiche in materia di riforme istituzionali, regolamentari e legali per la gestione integrata dell'acqua, dell'energia e della produzione agroalimentare. Tali riforme, inoltre, dovranno essere adeguatamente armonizzate nel contesto internazionale e compatibili con le diverse realtà locali.
In tutti i suddetti rapporti infatti, accanto ai gravissimi effetti ambientali e sociali, acquista una sempre maggiore evidenza il peso anche economico dei cambiamenti climatici in atto.
In questo contesto torna ad essere di grande attualità, anche a causa dei danni prodotti dal  Governo di centrodestra, la necessità di incardinare il governo della risorsa idrica nel quadro  di un’architettura istituzionale condivisa  nella quale più compiutamente possa  esprimersi la qualità della direzione pubblica a garanzia di un bene prezioso per la collettività.
Le finalità prioritarie da perseguire riguardano, ad un tempo e nell’ordine, la tutela della risorsa – per l’oggi e per il futuro –, del diritto dei cittadini all’accesso all’acqua potabile, del deflusso vitale dei corsi idrici.
Il raggiungimento di queste finalità comporta un intervento normativo profondo (ed in alcuni casi radicale) lungo tutta la “filiera” dell’acqua, sia nella parte relativa all’assetto idrogeologico  e della difesa del suolo (ex L 183/89),  sia in quella relativa alla tutela della qualità della risorsa ( ex L152/99), sia nella gestione del servizio idrico integrato (ex L 36/94),  e, anche alla luce dell'esito referendario, sulla parte III del Dlgs 152/2006 (codice ambientale).
In più, sulla base di queste stesse scelte di priorità, occorre ripensare alle implicazioni che la sostenibilità comporta in tema di politiche industriali-energetiche e di politiche agricole (che rappresentano la quota fortemente maggioritaria dei consumi d’acqua).
Essenziale a questo fine risulta la regolazione “a monte” della quantità, dei costi e delle condizioni di utilizzo della risorsa in tutti i settori utilizzatori.

L’EUROPA E IL BACINO DEL MEDITERRANEO
Individuare i livelli di governo più efficaci è dunque, per tutti questi motivi, propedeutico alla formulazione di una corretta cultura e politica dell’acqua capace di intervenire in maniera compiuta sui nodi delle interdipendenze che rappresentano le reali criticità del governo.
Troppo spesso infatti si manifesta una preoccupante contraddizione tra le visioni globali ed un pervicace e negativo localismo nel quale, soprattutto in Italia, si consuma il vero e proprio fallimento della politica.
Questi livelli intermedi (comunemente definiti regionali) sono nel caso dell’Italia essenzialmente due.
Il primo – sul piano nazionale – è quello del bacino idrografico.
Il secondo – sul piano della cooperazione internazionale – è, per il nostro Paese, costituito dall’Europa e dal bacino mediterraneo.
Italia, Europa e Mediterraneo rappresentano infatti oggi, per molteplici ragioni, il “luogo” nel quale affrontare il tema del governo dell’acqua.
L’acqua intorno al Mediterraneo” è una espressione che vuole indicare questo “luogo” nel quale si intrecciano più  temi: quelli di un nuovo paradigma dell’acqua (e del nuovo modello di cooperazione internazionale che vi è sotteso), con quelli del ruolo che nei processi di globalizzazione in atto intendiamo assegnare all’Unione Europea ed, in questo quadro,  ad un Paese mediterraneo come l’Italia.
Sono ben noti del resto i motivi che stanno mettendo in crisi il modello di derivazione neo-coloniale (che si è storicamente coniugato significativamente con l’approccio del cosi detto “strutturalismo idraulico”).
Tra questi sono contemporaneamente ricorrenti quelli più propriamente ambientali (insostenibilità del prelievo, crisi oltremodo diffusa degli ecosistemi dell’acqua, drastica riduzione dei livelli di qualità della risorsa), quelli sanitari (strettamente connessi ai livelli di inquinamento), quelli sociali (che coinvolgono drammaticamente intere popolazioni e denunciati a più riprese dai movimenti sociali ed ambientali ( in India come in Cina e Sud America), e quelli infine di natura strettamente democratica ed istituzionale (sia sul piano dell’inefficienza che in quello della “irresponsabilità autoritaria” di troppe istituzioni statuali ed internazionali).
Proprio l’Unione Europea di conseguenza deve, ad avviso della Cgil, svolgere un ruolo fondamentale per l’affermazione di nuovi paradigmi di governo dell’acqua sul piano locale e globale radicalmente alternativi alle politiche perseguite negli ultimi decenni dal Fondo monetario e dalle multinazionali.
Ed è proprio questa consapevolezza che, sulla spinta fondamentale dei movimenti sorti sul tema dell’acqua come bene comune dell’umanità, si sta faticosamente (e contraddittoriamente) affermando nei Paesi dell’Unione.
E’ il caso della Direttiva del Parlamento e del Consiglio dell’Unione europea 23 ottobre 2000, n. 2000/60 - dedicata all’istituzione di un quadro per l’azione comunitaria in materia di acque – sull’attuazione della quale l'Italia è ritenuta in forte ritardo.
Ma, di fronte alle mille contraddizioni che investono l’Europa (ambivalente e addirittura schizofrenica tra Direttive ambientali e Piani di Azione di vasto respiro da un lato e logiche ed assetti monopolistici -che continuano a condizionare negativamente le politiche dell’Unione-  dall’altro) l’Italia risulta completamente assente.
Il vero problema del Paese a questo livello è infatti non solo la sottovalutazione di una vera politica dell’acqua e di una visione strategica nell’area ma anche e forse soprattutto, l’assenza contestuale sia di soggetti istituzionali forti ed autorevoli capaci di agire il livello internazionale sia di soggetti industriali, adeguatamente dimensionati, capaci di avanzare proposte e di impostare validi programmi di cooperazione nel quadro delle nuove politiche europee che si vanno faticosamente ma decisamente affermando.
Così l’Italia (a differenza di altri Paesi come Francia e Spagna ed addirittura Grecia) rischia di rimanere esclusa dalle ingenti risorse per la cooperazione mediterranea di lungo periodo  nonché di finanziamenti della ricerca del VII Programma Quadro anche in quei settori (come il risparmio idrico in agricoltura) nei quali il Paese potrebbe vantare un relativo vantaggio competitivo ed alcune strutture di eccellenza.
In questo modo le ragioni che sono alla base dell’assenza dell’Italia dalla scena internazionale sono le stesse che segnano il grave ritardo del Paese di fronte agli scenari, ambientali, sociali e produttivi che si vanno definendo per i decenni a seguire come conseguenza soprattutto dei cambiamenti climatici e della crisi economica e finanziaria lungi dall'essere superata.
L’attuale corto circuito della politica inoltre rischia di aggravare fortemente una situazione che potrebbe avere nell’immediato futuro conseguenze pesanti non solo sugli assetti sociali e produttivi ma finanche sul reddito delle famiglie per il peso rilevante che gli investimenti necessari nel settore (circa 60 mld/€ in 30 anni), assommati a quelli  del settore dei rifiuti (circa 5 mld/€ entro il 2012) e di tutto l’insieme dei Servizi Pubblici Locali possono assumere attraverso le tariffe sulla stessa politica dei redditi.
Di fronte a questo scenario il pericolo maggiore che si possa correre è l’eccesso di semplificazione.
Ricostruire la cultura di governo dell’acqua implica la capacità di operare scelte di grande complessità in ragione del caleidoscopio di interessi che il bene in sé richiama alla ribalta: sia perché trattasi di una risorsa scarsa e di non agevole fruizione anche per molti popoli che si affacciano al Mediterraneo, sia perché il bene è essenziale alla vita delle persone ed a molte attività produttive, sia perché trattasi di un bene di natura la cui fruizione è da molti configurata come appropriazione esclusiva e non come utilizzazione parziale o temporanea a seguito della quale occorre che il bene ritorni alla natura, o secondo altri nella disponibilità collettiva ad uso di altre fruizioni, sia perché l’uso dell’acqua è stato oggetto di rilevanti modificazioni nel tempo, con riferimento sia alle necessità umane sia a quelle produttive, per quantità e qualità.

L’AUTORITA’ DI GOVERNO
E’ del tutto evidente come nella nuova architettura istituzionale dovrà innanzitutto emergere con forza la centralità (peraltro già indicata dalla legge 183/89 ed imposta dalla Direttiva 2000/60 dell’UE malamente recepita dal Governo Berlusconi con il codice ambientale), dei distretti idrografici.
I compiti primari dei distretti idrografici devono riguardare ad un tempo il governo del rapporto suolo/acqua, che molto spesso si presenta in termini confliggenti e da cui dipende la sicurezza del territorio e dei cittadini a partire dalle politiche di prevenzione e mitigazione dei danni. In questa direzione dovrà essere potenziato il coordinamento fra le Regioni e gli EE.LL. Appartenenti al distretto, così come gli spazi di consultazione democratica dei portatori di interesse previsti dalle direttive 2000/60 e 2007/60.
In questo quadro assume rilevanza strategica la definizione del bilancio idrico, cioè la valutazione della quantità  e qualità della risorsa, nonché la decisione, d’intesa con le Regioni, delle quantità, dei meccanismi e delle condizioni della ripartizione e dell’uso dell’acqua in tutti i settori di consumo della risorsa come strumenti fondamentali ai fini e della efficienza sociale e  dell’efficienza delle gestioni in tutti i settori di uso della risorsa. In quest'ambito dovrà essere valutato e definito il sistema integrato delle tariffe, secondo i diversi usi.


UNO SGUARDO D’INSIEME: L’ACQUA DOLCE NEGLI USI INDUSTRIALI, AGRICOLI E CIVILI

L’obiettivo prioritario  della CGIL è quello di unificare le politiche dell’acqua in tutti i settori superando l’attuale frantumazione regolativa mantenendo l'unicità del ciclo dell'acqua attraverso un assetto industriale integrato dei processi della captazione, trasporto, potabilizzazione, distribuzione e depurazione .
L’Italia, come tutti gli altri paesi europei, presenta infatti una netta rilevanza degli usi agricoli-industriali rispetto agli usi civili (il fabbisogno idrico è calcolato in 20 mld di m3/anno per il solo settore irriguo a fronte di 8 mld di m3/anno per il civile e l’industriale).
Una politica rigorosa ed efficace per il risparmio, ed in particolare l’uso di cicli chiusi nell’industria e di acque depurate in agricoltura, potrebbero determinare un recupero della risorsa calcolato tra il 25 ed il 30%.
Attualmente le tariffe (o comunque i costi dell’acqua sopportati dai produttori agricoli ed industriali) risultano generalmente di tipo FLAT - nel settore agricolo calcolate per ettaro - senza, con tutta evidenza, alcun criterio di carattere allocativo.
Vanno contestualmente assunte in questi settori di utilizzazione ulteriori misure interne e di contesto alla regolazione, in particolare sui meccanismi incentivanti/disincentivanti e sulla ridefinizione dei canoni di concessione e di derivazione dell’acqua ivi compresa, per ovvi motivi, quella minerale.
In un quadro di gestione d’insieme dell’acqua dolce è ben possibile che sia necessario procedere a rilevanti investimenti infrastrutturali, ma al tempo stesso non si può escludere che sin da subito i consorzi irrigui possano nel breve periodo offrire acqua non potabile per uso non industriale o agricolo, con implementazione fisica e destinazione uso domestico non potabile di realtà infrastrutturali di peso rilevante nel nostro paese. Certo in una gestione a regime si potrebbe pervenire a creare vere e proprie autostrade dell’acqua dolce, dopo avere  riportato finalmente a coerenza la disciplina di settore, con soluzioni che consentano di percentualizzare le valutazioni dei costi delle infrastrutture plurime (acquadottistiche e/o di depurazione) che servono due o tre usi ed assegnare coerentemente i gravami di spesa.
Il risparmio nell’uso dell’acqua a fini agricoli o industriali troverebbe una interessante alternativa nell’uso umano non  potabile, rendendo possibile l’avvio di politiche agricole mirate, tracciabili e selettive e capaci ad un tempo di rispondere in via generale all’esigenza di risparmio e tutela della risorsa (a partire dalla sostituzione dell’irrigazione a pioggia con quella a goccia).
Minori ostacoli potrebbero ricevere i progetti di ricerca e le azioni per il riuso di acque reflue a scopi d’irrigazione, con possibilità di favorire il trasferimento tecnologico in tutto il settore.
La cultura di un corretto uso dell’acqua dolce – che contempla ma non si esaurisce nella lotta agli sprechi, apre nelle relazioni internazionali alla politiche di mutuo aiuto ed assistenza alle popolazioni che si affacciano sul Mediterraneo con tecnologie capaci di fare fronte ai processi di desertificazione che investiranno nei prossimi decenni anche alcune regioni del meridione dell’Unione europea, comprese alcune del nostro Mezzogiorno.


In tale contesto assume rilevo la riforma dei Consorzi di Bonifica (CdB), definendone tra l’altro ruoli e funzioni in coerenza con le determinazioni degli organismi di governo della risorsa idrica.
Ciò significa in particolare ridefinire il concetto di bonifica, i compiti dei Consorzi rispetto alla tutela e salvaguardia del territorio e delle acque in armonia con quanto previsto dalla legge 183 del 1989, rendere più cogenti le funzioni di vigilanza e  controllo da parte delle Regioni sia sul versante dell’uso e delle attribuzioni della risorsa sia su quello del governo degli stessi Consorzi. Di questi ultimi andrà meglio definito il rapporto con i compiti e le funzioni delle autorità di distretto.
In questo contesto la CGIL ritiene che una delle più grandi opere pubbliche di cui il Paese necessita, sia la messa in sicurezza del territorio. Ciò passa attraverso una maggiore Governance  da parte dei soggetti deputati, redigendo un grande progetto nazionale che metta al centro la difesa del suolo e la salvaguardia dell'assetto idro-geologico troppe volte violato da incuria e da politiche urbanistiche selvagge. All'uopo, la Cgil propone di emanare tempestive e precise disposizioni che consentano a Comuni e Regioni di poter disporre di risorse per interventi tesi a prevenire rischi idro-geologici e poter utilizzare tali risorse fuori dal patto di stabilità.
In questo senso la CGIL pone il problema di una Governace complessiva del sistema, in quanto la costituzione dei Distretti Idrografici (fissati nel numero di 8 ), vanno resi funzionati ed operativi in netta connessione con gli ATO al fine di unificare il sistema.
Nel settore industriale poi occorre superare l’attuale modello di auto-approvvigionamento nel quale, tra l’altro, risultano fortemente sussidiati i costi di depurazione (in buona parte attraverso contributi pubblici e/o ripiani dei costi di gestione degli impianti).
In questo caso l’operazione da svolgere è, di fatto, indicata dalle stesse norme positive.
La legge 36/94 prevedeva infatti che anche i servizi industriali avrebbero dovuto confluire nel servizio idrico integrato mentre il D.Lgs 152/99 “Sulla tutela delle acque” prevedeva la promozione di accordi e contratti di programma “con i soggetti economici interessati “con la possibilità di ricorrere a strumenti economici ed agevolativi” indirizzati al risparmio (ciclo chiuso) ed al riuso (agricoltura) di una quantità rilevante delle risorse.
Su questo punto il ritardo gravissimo è a carico dei Comuni e degli ATO che troppo spesso ignorano gli spazi di iniziativa che gli strumenti normativi pongono a loro disposizione.
Per questo motivo particolare rilevanza assume da ultimo la proposta di assegnare alle Ato la titolarità piena delle politiche dell’acqua ad uso industriale nonché la proposta, collegata, della trasformazione delle attuali Aree industriali (ASI) in AEA (Aree Ecologicamente Attrezzate).
In questo contesto occorre valutare la possibilità della istituzione di una Autority nazionale di controllo, indirizzo e vigilanza.

I GESTORI DI GRANDI ADDUZIONI
L’evoluzione può portare a discutere dell’introduzione nell’ordinamento della regolazione della grande fornitura di acqua con la contestuale ridefinizione di un sistema tariffario improntato al criterio della progressività favorendo non da ultimo l’avvio di un piano straordinario ed immediato di investimenti utile a porre termine nel medio periodo alla dispersione idrica delle reti.
Questo criterio può consentire infatti non solo di meglio calcolare l’efficienza dei gestori in tutti i diversi comparti considerati ma anche di introdurre nelle politiche tariffarie meccanismi fondamentali per l’incentivazione del risparmio idrico nonché del ciclo chiuso e del riuso/riciclo della risorsa.

LE REGIONI E LA TUTELA DELLA QUALITA’ DELLA RISORSA

Allo stesso modo si rende immediatamente indispensabile l’adozione di un Programma nazionale per incentivare gli investimenti nelle infrastrutturazioni necessarie alla gestione delle reti d’acqua dolce con conseguente riduzione della dispersione idrica nell’idrico civile da affidare interamente alla responsabilità delle Regioni.
Questo programma deve assumere l’obiettivo della riduzione delle attuali perdite ad un livello accettabile (nell’ordine del 15% dell’acqua addotta) e consentire in tempi ragionevoli di “portare l’acqua in tutte le case”.
Va osservato sul punto che il costo relativamente dell'operazione è di entità modesto e potrebbe evitare alcuni degli sperperi consumati nei due precedenti settennati di programmazione (dal 1994) dei fondi strutturali rispetto ai quali peraltro vanno radicalmente modificati i criteri di valutazione degli investimenti e dei meccanismi di premialità secondo le linee definite nel documento.
Con uguale carattere di urgenza si pone l’esigenza di attivare programmi regionali tesi a garantire la qualità della risorsa, avviando da subito un vasto programma di bonifica di tutte quelle situazioni che rischiano di compromettere in via definitiva la salubrità delle falde e quindi la potabilità della risorsa.
Si ritiene inoltre necessario il potenziamento a livello regionale dei “servizi per la manutenzione dei versanti e dei corsi d’acqua” al fine di garantire la risorsa e la sicurezza dei cittadini dai ricorrenti fenomeni franosi ed alluvionali.
In questo modo la manutenzione deve costituire lo strumento ordinario e permanente delle politiche di prevenzione e mitigazione del danno a cui deve essere associata la piena responsabilità dei soggetti pubblici e privati.

IL GESTORE DEL SERVIZIO IDRICO
Nel modello ipotizzato i soggetti gestori delle grandi adduzioni e trasferimento d’acqua risultano configurati, per la natura stessa dei loro compiti istituzionali, come Enti di diritto pubblico (operanti sulla base della nuova disciplina sugli appalti pubblici di opere, forniture e servizi).
In questo quadro, per il fatto di essere risorsa indispensabile alla vita, limitata in natura e per la quale va garantita l’accessibilità in termini universali, va considerata bene comune fondamentale e, dunque, di proprietà e gestione pubblica, al pari della salute, istruzione e sicurezza.
Il servizio idrico va sottratto alle logiche di mercato e fatto rientrare nella potestà degli Enti Locali che l'organizzeranno dentro percorsi e modalità improntate alla democrazia partecipativa degli attori in campo. La sua gestione va affidata ad Enti di diritto pubblico: ciò impegna la CGIL, dove si siano fatte altre scelte, a costruire percorsi coerenti con quest’obiettivo.
L’importanza del bene comune acqua esige un suo uso razionale e attento, perciò la Cgil si impegnerà affinché sia garantita maggiore efficacia, efficienza e qualità del servizio e un contenimento delle tariffe, soprattutto per gli usi domestici e le fasce deboli dei cittadini.
L’attività del gestore del SII sarà così finalizzata nell’ordine agli obiettivi di efficientizzazione ordinaria delle reti, ai risparmi economici derivanti dalla riduzione dei consumi (da dividere con le famiglie attraverso meccanismi di riduzione tariffaria già avviati in alcune Regioni ) nonché all’attuazione dei programmi di infra-strutturazione ambientale dei territori.
La confederazione non ha la velleità di pretendere che il Governo assuma come propria la battaglia per riaffermare il valore dei beni comuni o l'idea che i servizi pubblici locali sono appunto in primo luogo servizi destinati ai cittadini e non mercati potenziali. Ma chiediamo al governo e al parlamento di rispettare la netta indicazione arrivata da oltre 27 milioni di italiani con il voto al referendum. Perciò riteniamo che le norme, peraltro surrettizie, inserite nelle varie manovre delle ultime settimane siamo a palese rischio di incostituzionalità proprio perché non rispettano la pronuncia popolare. Non è accettabile che il Governo torni ad imporre una forzata preferenza per i privati nell'ambito dei servizi pubblici locali e che si spinga fino ad immaginare una sorta di premio per gli enti che dismettono le proprie attività.
L'esito referendario ha visto la maggioranza dei cittadini italiani esprimersi in modo netto e chiaro; a questo esito la CGIL autonomamente si atterrà e lavorerà perché quest’esito sia rigorosamente rispettato.
Uno dei segnali che non possiamo non cogliere è quello della domanda di partecipazione. Sperimentare forme di coinvolgimento  attivo dei cittadini da determinarsi sui singoli territori  sulle scelte di fondo è un modo di cogliere la domanda di partecipazione e, per quanto attiene il ruolo dei lavoratoti e lavoratrici, prevedere forme di partecipazione e vigilanza attraverso la creazione di Consigli di Sorveglianza atti a valorizzare il ruolo della contrattazione all'interno dei singoli gestori.

Il nuovo d. l. 13 agosto 2011, n. 138, convertito in l. 14 settembre 2011, n. 148 eccettua il servizio idrico integrato dalla nuova disciplina sulle forme di gestione, che per gli altri servizi pubblici locali ritorna ad un’ obbligo alla privatizzazione(art. 4).
 In questo quadro è utile ricordare che la Corte Costituzionale con la sentenza del 26 gennaio 2011, n. 24, che ammette il referendum sulla disciplina le forme di gestione dei servizi pubblici locali ha cura di precisare due elementi essenziali:
A) dall'abrogazione dell'art. 23 bis “non conseguirebbe alcuna reviviscenza delle norme abrogate da tale articolo”;
B) si afferma un'immediata applicazione “nell'ordinamento italiano della normativa comunitaria”, comunque meno restrittiva rispetto a quella oggetto di referendum.
Il ritorno ad una gestione pubblica richiede però alcuni antidoti quali:
Ø    una netta distinzione  fra ruoli e compiti della politica e quelli del soggetto gestore in maniera tale che alla politica venga assegnato il ruolo della programmazione, l'indirizzo ed il controllo, riservando al soggetto gestore la responsabilità di perseguire, senza escursioni affaristiche -clientelari le finalità relative alla gestione industriale del servizio secondo criteri di economicità, efficienza, qualità, sicurezza e  trasparenza nel pieno adempimento delle indicazioni dell'autorità di bacino ;
Ø    la normalizzazione della contabilità industriale;
Ø    la piena e trasparente disponibilità dei dati gestionali ed economico-finanziari;
Ø    la fissazione di obbiettivi di qualità del servizio e di costi standard;
Ø    la misurazione pre, durante e post  delle performance degli amministratori e dei manager rispetto agli standard;
Ø    relative e adeguate sanzioni in mancanza di rispetto degli obbietti standard. 

Ovviamente, l’approdo ad una gestione del servizio idrico realmente pubblica, tramite Enti di diritto pubblico, può essere realizzata entro un nuovo quadro legislativo che favorisca tale processo e con la gradualità che discende dalla differenti situazioni relative alle attuali forme di gestione. Da questo punto di vista, la CGIL apprezza le linee guida della proposta di legge di iniziativa popolare promossa dal Forum Italiano Movimenti per l’Acqua e su cui nel 2007 si raccolsero più di 400.000 firme.
La CGIL, allo stesso modo e con lo scopo di rendere credibile i percorsi che riguardano le nuove forme di gestione pubblica, ed in particolare per quanto attiene le multiutilities,ritiene opportuna una specifica riflessione sull'esperienza sin qui maturata, che sappia cogliere e valorizzare gli aspetti positivi presenti in esse, tenuto conto che il tema è complesso in quanto riguarda assetti gestionali dove sono presenti soggetti privati, e dall'altro, ragioni sul rischio del prevalere di logiche di finanziarizzazione e deterritorializzazione che si sono manifestate e si possono maggiormente manifestare, anche in presenza dell'attuale confusione legislativa.

Questa riflessione è tanto più necessaria a fronte della diversità  dei contesti delle tipologie e delle dimensioni del servizio nella stessa esperienza delle Multiutilities, avendo comunque come riferimento lo scoraggiamento delle logiche speculative e delle logiche economiche di breve periodo .
Nell’immediato, siamo comunque contrari alla vendita sul mercato di pacchetti azionari in tutte le forme che possano pregiudicare o indebolire la maggioranza pubblica, così come a ventilate ipotesi di dar vita ad agglomerati di grandi dimensioni  tali da sfuggire all’intervento dei soggetti istituzionali e regolatori previsti a livello regionale e territoriale.

UN NUOVO CICLO DI INVESTIMENTI PER IL SERVIZIO IDRICO
Sempre la Corte Costituzionale, con la sentenza del 26 gennaio 2011, n. 26, che ammette il referendum sulla remunerazione del capitale, rileva altri due punti fondamentali:
A)      attraverso l’abrogazione parziale del comma 1 dell’art. 154 “si persegue, chiaramente, la finalità di rendere estraneo alle logiche del profitto il governo e la gestione dell’acqua”;
B)      si afferma che “ la normativa residua, immediatamente applicabile, non presenta elementi di contraddittorietà”.
C)     Va da sé che tale esito, necessariamente rispettoso del pronunciamento referendario, evidenzia con ancora maggior forza la necessità che si appronti un nuovo percorso e nuove strumentazioni per garantire gli ingenti investimenti di cui il servizio idrico abbisogna ( circa 60 mld. euro nei prossimi 30 anni). Infatti, uno dei punti nodali e irrisolti dei servizi pubblici locali è la carenza di investimenti strutturali, che occorre mettere in campo per superare la vetustà (es. degli acquedotti) o l'inadeguatezza delle strutture alle nuove esigenze
Una prima innovazione utile consiste nell’approntare forme di finanziamento degli investimenti da parte dei cittadini: si può pensare che gli Enti Locali e/o i soggetti gestori possano emettere obbligazioni, ad esempio gli idro-bond, offrendole ai residenti o utenti che vedrebbero perciò per i propri risparmi una valida alternativa di investimento sul mercato cosiddetto impersonale ed al tempo stesso con un duplice interesse: quello di una percentuale dovuta al prestito di danaro a condizione che  eventuali rendite economiche provenienti da tali investimenti ritornino sul territorio  in termini di investimenti infrastrutturali visibili e perciò maggiormente verificabili e controllabili. Non si tratta di modificare il modello gestionale, ma di promuovere forme di finalizzazione del risparmio e di partecipazione per il potenziamento/ ammodernamento delle infrastrutture e per il miglioramento del servizio.
In questo modo si offre protezione alla quota di reddito dei cittadini destinata al risparmio, nonché un ritorno sul territorio degli investimenti infrastrutturali che migliorano la qualità della vita degli stessi e di tutti.
Inoltre, è possibile ragionare sull’intervento di un nuovo ruolo della finanza pubblica, ad esempio attraverso un ruolo attivo della Cassa Depositi e Prestiti, cosi come non va escluso l'impegno della fiscalità generale, ad esempio con la istituzione di una tassa di scopo. 
Un nuovo ciclo di investimenti nel servizio idrico e nell’insieme del ciclo idrico, con le sue connessioni con le questioni dell’assetto idrogeologico del Paese può, inoltre, svolgere un’importante funzione anticiclica rispetto all’attuale situazione economica. Infatti il Sistema Idrico Integrato non può essere visto solo dal punto di vista regolatorio e sociale, occorre innescare un processo di industrializzazione del ciclo delle acque ed i relativi interventi per la difesa del suolo.
Tutte le statistiche e gli indicatori prevedono 70.000 posti di lavoro annui per la manutenzione ordinaria dei bacini idrografici in grado anche di sviluppare la capacità auto depurativa dei corsi d'acqua: Per la manutenzione della rete idrica e la creazione di un sistema efficiente di depurazione gli investimenti previsti sono di alcune decine di miliardi di euro, considerando che ogni miliardo attivato e investito produce dai 10 ai 15.000 nuovi posti di lavoro essa, per la CGIL, è una priorità che non può più attendere

I SISTEMI DI REGOLAZIONE
Tra le questioni della regolazione poi vanno richiamate quelle relative agli assetti della cooperazione istituzionale, alla redistribuzione dei carichi fiscali e tariffari, ai sistemi di regolazione, controllo e sanzionatori dei comportamenti scorretti dei soggetti gestori , alle regole ed ai poteri effettivi della partecipazione non di un indistinto popolo di utenti ma ma dei cittadini, dei lavoratori e delle loro forme di rappresentanza, agli obiettivi infine della ricerca e poi del trasferimento tecnologico e delle competenze di gestione, della competitività e dei soggetti industriali capaci di reggere gli obiettivi della nuova cooperazione internazionale.
Tra queste proposte ve ne sono alcune che assumono una particolare rilevanza.
La principale riguarda in particolare la necessità di rafforzare, sia sul piano del governo di Bacino sia su quello della gestione del SII le strutture, i contenuti, gli strumenti ed i poteri della partecipazione democratica.
In questa direzione va la proposta di estendere in tutto il Paese  e lungo tutta la filiera dell’acqua (dalla L. 183/89 alla L. n. 36/94 al D.lgs. 152/2006) l’esperienza dei Comitati di Consultazione facendogli assumere ruoli e competenze (e dotazioni) di veri e propri Advisor sociali con poteri non solo di verifica della qualità del servizio, ma anche di controllo sociale sugli investimenti e sulle rendicontazioni delle gestioni, così come vanno messe a punto le forme di partecipazione dei cittadini e dei lavoratori e lavoratrici nella gestione, verifica e controllo delle scelte dei soggetti gestori.
Ai fini invece di una nuova regolazione di tutta la materia, una particolare rilevanza riveste l’introduzione nel minimo vitale garantito giornaliero per l’acqua potabile assicurato ad ogni cittadino come diritto incomprimibile.
 Considerato il peso finanziario (calcolato in circa 800 mln/€/anno nell’ipotesi di 50/l/prodie/procapite), nonché il valore della misura rivolta nel contempo al riconoscimento del diritto ed all’educazione al consumo responsabile della risorsa, si prevede, accanto alla indispensabile tutela della fasce deboli, che tale peso incida sulla  fiscalità generale con le specifiche sopra richiamate, nonché sulla tariffa attraverso l’introduzione di una forte progressività soprattutto per gli usi impropri (golf, piscina, eccesso di consumo etc.) ed in tutti i settori (civile, industriale ed agricolo).
A tal fine si rende necessario definire il concetto di tariffa e delle voci che la compongono.
La tariffa costituisce il corrispettivo del Servizio Idrico Integrato, l'Autorità è tenuta a definirne la determinazione sia per gli usi civili che per quelli industriali nonché le modalità per la sua revisione periodica tenendo conto :
·       della qualità del servizio e dell'uso razionale della risorsa, prevedendo sanzioni e penalizzazioni per gli usi impropri e per gli sprechi;
·       del costo delle opere e degli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria;
·       dei costi di gestione delle opere e degli impianti;
·       dei contributi ai costi di gestione delle aree di salvaguardia, ai costi necessari a garantire la cura del territorio, la manutenzione dei bacini idrografici e la tutela dei corpi idrici, in particolare nei territori montani;
·       della quota della tariffa da destinare agli investimenti;
·       prevedere procedure e metodi che incentivino il risparmio idrico e l'uso efficiente delle risorse idriche.
Al fine di attuare i processi di trasferimento delle gestioni, anche con l'obiettivo di un riequilibrio territoriale tra Nord-Centro e Sud , la CGIL propone la istituzione di un Fondo Nazionale per il Servizio Idrico Integrato. Il Fondo andrebbe finalizzato a finanziare gli investimenti proposti dalle assemblee d'Ambito nei limiti delle risorse finanziarie derivanti dalle quote della tariffa del servizio idrico integrato con quote aggiuntive derivanti anche da risorse a carico del bilancio dello Stato.

CONCLUSIONI

In conclusione le proposte che si avanzano  vorrebbero rappresentare un contributo ad una discussione un po’ meno asfittica che deve riguardare ad un tempo i principali obiettivi che il Paese deve necessariamente perseguire: l’affermazione dell’acqua come bene comune, la sua tutela per le generazioni future, la lotta incombente alla desertificazione e la necessaria industrializzazione dei servizi idrici.
Ciò che comporta come si è visto l’adozione, qui ed ora, non solo di politiche istituzionali, ma anche di politiche industriali ed agricole profondamente rinnovate.

Una disponibilità senza preconcetti per affrontare le questioni post-referendum  non può significare semplicemente prenderne atto, ma ragionare su proposte di riforma di politiche e gestione della risorsa.
Per la CGIL le questioni centrali sono:
il definitivo riconoscimento del valore pubblico dell'acqua e delle infrastrutture idriche;
la proprietà e gestione realmente pubblica del servizio idrico;
la valutazione più attuale del costo della risorsa  anche nell'ottica di un uso più oculato; il controllo, la tutela, la valorizzazione, il risparmio della risorsa idrica da utilizzare con criteri di solidarietà, anche salvaguardando aspettative e diritti delle generazioni future, facendo riferimento al patrimonio ambientale; la necessità  di investimenti certi che non gravino in maniera eccessiva e/o totale sulla tariffa a carico dei cittadini; la definizione di un rigoroso meccanismo di controllo sulla qualità dell'acqua; la costituzione di un'autorità terza, indipendente e a tutela dell'interesse pubblico che vigili proprio sull'andamento delle tariffe in rapporto alla qualità dei servizi erogati e alla loro efficienza, la costruzione di forme di partecipazione attiva che consentano un ruolo dei cittadini e dei lavoratori e lavoratrici nelle scelte relative alla gestione della risorsa e del servizio idrico.

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