Una lettera a Martone
Caro viceministro Martone (ometto il suo nome di
battesimo per risparmiarle l’ennesima umiliazione), io
sono uno sfigato; mi sono infatti laureato a 29 anni.
Non perderò molto tempo a spiegarle cosa ho fatto in
tutti questi anni perché dubito che lei possa capire che
oltre alla carriera universitaria, al successo e ad un
lavoro super pagato esistano altre cose. Nel mio caso la
passione per la musica di tradizione orale e la canzone
d’autore mi ha fatto perdere (dal suo ottuso punto di
vista) un bel po’ di tempo e lo stesso vale per i
numerosi concerti; il fatto che poi questa passione si
sia trasformata lentamente in un lavoro (instabile, poco
pagato e scarsamente considerato) non la riguarda. Il
mio percorso, come quello di molti altri, è complesso,
non si può riassumere con le sue formulette da quattro
soldi. Ma basta parlare di me! Ho delle domande da
farle. Lei cosa crede che abbiano pensato delle sue
parole tutti quegli studenti che si sono laureati in
tempi brevi e che da tempi troppo lunghi sono costretti
ad accettare lavori precari? Cosa crede che abbiano
pensato delle sue scelleratezze gli studenti lavoratori?
Cosa crede che abbiano pensato tutti quei figli di
operai che hanno deciso di sovvertire quel meccanismo
classista il quale prevede che un operaio possa mettere
al mondo solo altri operai e così via? Cosa crede che
pensino di lei gli studenti poveri, gli studenti del sud
che a costo di duri sacrifici vengono a studiare nelle
università del centro-nord? Cosa penseranno di lei i
miei amici che ci hanno messo un po’ di più perché
mentre studiavano facevano anche i camerieri? E i miei
amici che hanno mollato? Lei penserà che questi sono
dei perdenti, dei pesi per la società. Non smentisca, la
prego, le sue parole non possono avere altra
interpretazione. Il suo elogio dello studente che a 16
anni decide di non essere all’altezza di intraprendere
un percorso universitario e umilmente sceglie di
iscriversi ad un istituto professionale non mi convince.
Io rispetto la scelta di costoro, ma sospetto che dietro
le sue parole vi sia un retaggio classista. Riassumendo
credo che lei non sopporti che qualcuno possa avere
l’ardire di chiedere di più, di strappare alla società un
po’ del suo tempo prezioso, di provarci senza avere la
certezza di riuscire. Per lei questa cosa è
insopportabile perché comporta che qualcuno possa
pensare prima di tutto a se stesso, ai propri sogni e
bisogni prima di pensare al bene della società (che poi
nella sua concezione si chiama mercato). Per lei è
inconcepibile che qualcuno pensi di studiare cose che
non servono a quel mercato. Servono operai (da
sfruttare e sotto pagare), servono economisti brillanti
(per governare negli interessi del mercato),
pubblicitari, autori di reality di pessima qualità (vero
signor viceministro?). A cosa servono i laureati in
lettere antiche, i musicisti, i laureati in lingue che non
si occupano di turismo, gli attori? A niente. Almeno dal
suo riprovevole punto di vista. Il suo punto di vista
omette la complessità, riduce tutto a slogan (mi pare
anche poco convincente, visto che a breve la
rimprovererà persino il Papa!), a facili frasi
demagogiche. Se esiste un problema (ed esiste visto
che in Italia ci si laurea con quattro anni di ritardo
rispetto ad altri paesi europei) sarà il caso di
affrontarlo invece di sparare cazzate. Sarà il caso di
occuparsi delle università italiane, magari smettendo di
tagliare i fondi per darne sempre di più a quelle
private; sarà il caso di occuparsi dei professori
(consapevoli che per la carriera universitaria servono le
pubblicazioni e non certo il buon lavoro didattico o di
ricerca). Ma lei queste cose non le dice, lei parla come
se fosse al bar. Ma un bar tutto speciale, un bar situato
sulla sua nuvoletta di ricchi vincenti, con i colletti
inamidati e le azioni in borsa, la sua nuvoletta di gente
che non ha mai sbagliato un colpo, cominciando con il
nascere nella famiglia giusta. C’è una cosa però che mi
fa indignare ancora di più nei suoi confronti: si tratta
del suo linguaggio disgustosamente giovanilista. Lei
dice che bisogna dare messaggi chiari ai giovani. Il suo
messaggio è che sono quasi tutti dei falliti, perché non
si sono uniformati al sistema che lei ritiene giusto. Lei,
caro viceministro, usa la parola “sfigati”.
Signor viceministro, si ricorda quella scena di
Palombella rossa in cui Michele Apicella prende a
schiaffi una giornalista perché questa ha usato il
termine “gap”? Non aggiungo altro. Tanto lei il film non
l’ha visto. Non aveva tempo, lei studiava duro!
Alessandro Cei

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