Intervista. Il punto di Giacchè: “La crisi è ancora in pieno corso”
04 Marzo 2012 22:22
di Daniele Cardetta | da www.articolotre.com
Consueto punto sull’economia dell’economista Vladimiro Giacchè sulle pagine di
Articolotre
Secondo i dati eurostat la disoccupazione è in netto aumento in tutta la zona Euro,
questo a che prospettive può portare?
L’aumento della disoccupazione a livello europeo significa che la crisi e’ ancora in pieno corso,
che essa non e’ dovuta al debito sovrano, e che le terapie di austerity imposte praticamente in
tutti i paesi europei non migliorano la situazione, ma la peggiorano. Le prospettive purtroppo
non sono buone. Il punto di svolta e’ ben lontano, anche perché ci si ostina ad affrontare questa
crisi con le idee vecchie del liberismo trionfante degli anni Ottanta: smantellamento dello stato
sociale, privatizzazioni, liberalizzazioni, deflazione salariale. Il problema oggi e’ il governo
dell’economia, ma si preferisce che i governi seguano i diktat dei mercati, e i risultati si vedono.
Monti e il governo tecnico hanno parlato a lungo delle misure varate per riattivare
l’economia soprattutto facendo leva sui giovani. Per esempio fare aprire una srl ai
giovani a un euro secondo lei è una misura che può avere utilità reale o è solo
propaganda?
Se si riteneva propaganda l’idea di Berlusconi-Tremonti di facilitare la nascita di nuove imprese
abolendo le autorizzazioni necessarie, bisogna considerare allo stesso modo questa idea di
Monti. I capitali che servono a un’ impresa per funzionare non si possono abolire per decreto. E
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Intervista. Il punto di Giacchè: “La crisi è ancora in pieno corso”
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il vero problema dell’economia italiana non e’ che nascano troppo poche imprese, ma che ne
muoiano troppe. E questo e’ dovuto al fatto che troppe imprese hanno dimensioni inadeguate a
reggere la competizione internazionale. E’ su questo che si dovrebbe intervenire.
L’intervento statale come lei ha già detto può essere un volano per rilanciare l’economia.
In che modo però questo può avvenire all’interno dell’Ue?
Quando si parla di intervento statale si possono intendere due cose diverse: o spesa pubblica a
sostegno della domanda aggregata, in una situazione in cui la domanda che proviene dal
settore privato e’ insufficiente; oppure un intervento pubblico nell’economia che si prefigga lo
scopo non soltanto di tappare i buchi lasciati dal privato, ma di orientare l’attività economica
almeno in settori fondamentali quali quello bancario/finanziario, quello energetico e quelli delle
reti (fisiche e di comunicazione). Il primo modello di intervento statale e’ quello keynesiano
(spesso tacitamente praticato anche da governi ferocemente antikeynesiani a parole: ad es. le
enormi spese militari di Reagan furono una forma di keynesismo sotto le mentre spoglie della
lotta contro l’Impero del male). Con il secondo modello di intervento pubblico si va oltre Keynes,
verso forme di controllo pubblico dell’economia. Oggi bisogna senz’altro battersi contro le
politiche di austerity, e quindi non si deve davvero ritenere scandaloso il primo modello di
intervento pubblico, ma questa crisi non potrà essere superata senza far ricorso a forme di
controllo pubblico dell’economia. E’ ovviamente estremamente difficile far passare questo
discorso nell’odierna Unione Europea, ma si tratta di un problema essenzialmente politico e di
un passaggio indispensabile. A differenza di quanto comunemente si ritiene non e’ affatto vero
che questo genere di intervento sia giuridicamente impossibile all’interno dell’ Unione Europea:
basta pensare alle nazionalizzazioni d’emergenza avvenute quasi ovunque tra i 2008 e il 2009
per avere la riprova.
Hollande in Francia ha parlato di tassare i grandi redditi al 75%. E’ una misura praticabile
o anche lì è solo propaganda?
Tecnicamente e’ senz’altro praticabile: negli Stati Uniti degli anni Settanta l’aliquota più elevata
era maggiore di questa. Il problema e’ se lo e’ anche politicamente. Certamente si tratterebbe di
una rottura con la più recente tradizione socialdemocratica, che ha seguito (e in qualche caso
superato) le destre nella detassazione delle imprese e dei redditi più elevati (emblematico al
riguardo il governo Schroeder in Germania qualche anno fa).
Infine un suo pensiero sulla Tav. Economicamente servirebbe al Paese un’impresa di
questo tipo?
No. La Torino-Lione non appartiene alle infrastrutture utili, e la cosa e’ stata messa in chiaro
anche da economisti e ricercatori non sospetti di bolscevismo: al riguardo si sono espressi
economisti de lavoce.info e anche una ricerca del Politecnico di Milano, di cui ha dato notizia il
Sole 24 Ore del 31 gennaio, ha messo in dubbio l’economicità di quest’opera.
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