L’atavica prassi italica di imporre tasse e gabelle ai poveri perché danno in totale grosse cifre ed è più agevole riscuoterle la si trova pari pari anche nel testo della manovra che il professor Monti ha definito “salva-Italia” e noi “spargi lacrime”. Nei giorni scorsi, abbiamo raccontato l’episodio della cicoria che, per risparmiare, i poveri di fine Ottocento avevano imparato a trattare in modo da sostituirla al troppo costoso caffè. Ebbene un ministro delle Finanze, tale Bernardino Grimaldi, nel 1874 mise sulla cicoria una tassa di 30 lire al quintale. Il risultato fu che l’anno seguente il bilancio dello Stato registrò un avanzo di 14 milioni di lire. Per dare un’idea delle dimensioni della cifra, ricordiamo che la tassa sul macinato (la famigerata tassa sul pane) aveva dato nel 1869 un introito di 45 milioni di lire e quella sui fabbricati 32. Cosa c’entrano la tassa sul macinato e sulla cicoria con la esimia ingegneria finanziaria dei professori e dei banchieri che il presidente della Repubblica ci ha voluto generosamente affibbiare? Cosa può esserci in comune fra un ministro di due secoli fa che aveva appena imparato ad usare il telefono ed un professor Monti avvezzo all’iPod? Con quale criterio si potrebbe costruire un paragone tra una imposizione fiscale gravante sulla plebe analfabeta e anarchica dell’Italia da poco unita ed una democratica tassa stabilita a vantaggio di un popolo civile, tecnologicamente avanzato (pare che stiano tutti su facebook!) e organizzato in partiti, movimenti e associazioni varie? Purtroppo il paragone è legittimo. E’ vergognoso che un governo del Terzo Millennio segua la stessa strada dei gabellieri d’una volta, ma non ci possiamo fare niente. Monti e compagnia stanno lì perché deciso “colà dove si puote ciò che si vuole”, come scrisse Dante, il quale aggiunse un preveggente “e più non dimandare”. In concreto, il governo delle eccellenze accademiche ha scoperto che per i poveri le sigarette sono eccessivamente costose, per cui, come i loro parenti dell’Ottocento che tostavano la cicoria per risparmiare, così hanno imparato a farsi le sigarette a mano usando il trinciato, cioè il tabacco sfuso. Negli ultimi tempi le vendite di trinciato (che si usa anche per la pipa) sono schizzate all’insù. La crisi ha costretto i poveri e i meno poveri a rinunciare a mille cose. Perfino la sigaretta è diventato un bene di lusso. Molti hanno dovuto smettere di fumare (non per paura del cancro, ma per risparmiare quattrini) ma molti altri non ce l’hanno fatta. Sovente, un vizio come il tabacco può aiutare a non sprofondare nella disperazione più nera. Sempre meglio, comunque, che darsi all’alcool. Questo governo che l’Europa ci invidia, dunque, ha pensato bene di aumentare le tasse sul tabacco. Ma non sulle sigarette, che oramai sono un bene di lusso, bensì sul trinciato. Dalla tassa sulla cicoria dell’Ottocento, all’accise sul trinciato che cosa è cambiato? Il cronista resta in attesa che qualche mente illuminata gli spieghi la differenza, laddove ci fosse. Il sottosegretario all’Economia, Gianfranco Polillo (foto), ha dichiarato senza un filo d’emozione: “Le entrate per lo Stato dalle accise sul tabacco danno un gettito superiore a quello che abbiamo previsto con la manovra per l'Ici”. Polillo ha spiegato con classica freddezza professorale che è stato scelto il trinciato perché, parole sue, “negli ultimi anni c’è stato un grande aumento del consumo di questo prodotto”. Va anche detto che un maggior costo delle sigarette avrebbe fatto crescere vieppiù il contrabbando. Le cifre relative al 2010, presentate al “Forum su regolamentazione del tabacco” in corso a Roma, ci dicono che il contrabbando e la contraffazione delle sigarette hanno sottratto circa 485 milioni allo Stato. Ad ogni aumento del costo, aumenta il contrabbando. Lo dimostrano i dati di mezzo secolo. Vuoi vedere che pure il trinciato si comincerà a vendere di contrabbando? E’ certo che, dalla cicoria al tabacco sfuso, chi è alla base della piramide sociale paga comunque il conto di chi sta sopra. E stavolta con grande gioia dei salutisti.
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giovedì 5 gennaio 2012
Tasse o imposte. Un esempio dell'iniquitá delle manovre "Monti"
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